Differenze tra le versioni di "Missione a Israele/Appendice"

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Inoltre, ciò che distinse il messaggio profetico di Gesù da quello di altri fu innanzitutto il tempo e non il contenuto. Come Giovanni il Battista, egli enfatizzò la propria autorità nel predicare la venuta del Regno; come Teuda, l'Egiziiano, i profeti dei segni, e ancora come il Battista, Gesù si aspettava che arrivasse presto. Ma la convinzione vibrante dei suoi seguaci anche decenni dopo la Croficissione, insieme al fenomeno senza precedenti della missione a Israele e l'inclusione di Gentili, suggerisce che Gesù avesse anticipato il tempo del Regno da ''presto'' a ''ora''. Nominando effettivamente il giorno o la data dell'arrivo del Regno, forsanche proprio per quella Pasqua che diventò la sua ultima, Gesù galvanizzò le folle raccolte a Gerusalemme che non erano state preparate dalla sua missione – vale a dire, il suo tenore pacifista, la sua enfasi sull'azione divina piuttosto che umana – e che nel lodare il Regno in arrivo lo proclamarono Figlio di Davide e Messia. Fu una miscela combustibile di fattori – l'eccitata acclamazione popolare, nella Gerusalemme densamente popolata da pellegrini festanti, quando Pilato era in città specificamente per tener d'occhio la popolazione – e ''non'' il suo insegnamento in quanto tale, né le sue argomentazioni con altri ebrei sul significato dello Shabbat, del Tempio, della purezza, o un qualche altro aspetto della Torah, che portò Gesù direttamente alla sua esecuzione come Re dei Giudei.
 
Infine, un Gesù il cui itinerario viene tratteggiato non dai sinottici ma da Giovanni – un Gesù, cioè, la cui missione si estese regolarmente non solo alla Galilea ma anche alla Giudea, e specificamente a Gerusalemme – può comprovare l'anomalia che ha generato questa nostra indagine, vale a dire, che solo Gesù fu ucciso quale insurrezionalista in quella Pesach, ma nessuno dei suoi discepoli lo fu. Una ripetuta missione a Gerusalemme, specialmente durante le feste di pellegrinaggio quando anche il prefetto, di necessità, era lì, spiega come Caifa e Pilato sapessero già chi era Gesù e cosa predicasse, e quindi sapessero bene che egli non era un pericolo di prim'ordine. Proprio come l'entusiasmo della folla per Gesù come messia spiega il modo specifico della morte, così il duplice interesse di Gesù – la Giudea, specialmente Gerusalemme nel Tempio, come anche la Galilea – spiega la familiarità del sommo sacerdote e del prefetto riguardo alla sua missione, e quindi spiega perché Gesù fu il solo bersaglio della loro azione.
 
Domande essenziali rimangono comunque senza risposta. Perché Gesù rispose alla chiamata a pentimento e purificazione di Giovanni il Battista di fronte al Regno prossimo? Perché i suoi discepoli intimi, a loro volta, si impegnarono così fortemente a seguirlo? Perché il suo messaggio apocalittico fu così avvincente? Perché i suoi discepoli, i soli di tutti coloro che avevano seguito figure profetiche carismatiche in questo periodo, affermarono che Gesù era risorto dai morti? Perché essi dedussero da questa esperienza che dovevano continuare la missione di Gesù, estendendola alla Diaspora?
 
Qui la natura esplicativa dell'indagine storica deve cedere alla nostra ignoranza e ai suoi limiti. Alla fine, la storia stessa è più un'impresa descrittiva che una esplicativa. Scorrse più su un filo narrativo coerente che su proposizioni strettamente testabili. Mentre la ricostruzione di una sequenza di eventi permette, anzi invita, speculazioni sui collegamenti causali tra di loro, la storia offre non tanto una spiegazione quanto una stretta descrizione di una particolare sorta. Non possiamo sperare di misurare la verità di una proposizione storica con la certezza di poter testare o comprovare un'ipotesi sperimentale nelle scienze empiriche. Nessuna ricostruzione storica può essere ''dimostrata'' di essere vera. Il meglio che possiamo fare – una volta che l'interpretazione ha tessuto quanto più possibile dell'evidenza in un modello plausibile, coerente e significativo – è persuadere.
 
L'attuale massa di lavoro sul Gesù della storia riflette le confusioni di narrazioni interpretative contrastanti. Il profeta apocalittico di uno storico diventa il riformatore sociale radicale di un altro; uno storico presenta un devoto ''hassid''orientato individualmente, mentre un altro presenta un critico politico, o un saggio cinico. Ma tutte le narrazioni non sono create uguali, e le ragioni per scegliere tra loro, per decidere quale sia più persuasiva, non sono arbitrarie. Ciò accade perché, anche se il centro di una narrazione storica è un individuo, tale individuo, che sia Gesù o un altro, visse in un contesto sociale. Questo contesto sociale è il promontorio critico dello storico.
 
Ciò significa che la ricerca del Gesù storico deve essere, necessariamente, una ricerca anche del suo pubblico di primo secolo. Ciò potrebbe sembrare problematico: dopotutto, se Gesù sembra un soggetto elusivo, coloro che lo ascoltarono lo sembrano ancor di più. Almeno per lui abbiamo documenti che ne parlano; degli altri, invece e in confronto, ne abbiamo pochi.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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