Differenze tra le versioni di "Missione a Israele/Paolo e Gesù"

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a promulgare l'anno di misericordia del Signore.|{{passo biblico2|Isaia|61:1,2,58:6}}}}
Gesù poi riferisce il passo a se stesso e immediatamente invoca due episodi scritturali – Elia e la vedova di Sidone; Eliseo e Naaman il Siriano – quando Gentili, piuttosto che Israeliti, avevano ricevuto il beneficio dei poteri di un profeta ({{passo biblico2|Luca|4:14-27}}). Costruendo questa scena in tal modo, Luca combina questa idea non-davidica, il profeta-messia, con il tema (alla fine messianico-davidico) dell'inclusione dei Gentili.
Anche Giovanni e Matteo identificano Gesù come profeta. Per il quarto evangelista, questo è uno dei temi maggiori, che spesso appare insieme alle nozioni regali di messia. Pertanto in {{passo biblico2|Giovanni|6:14}} troviamo Gesù che viene acclamato dalla folla come "il profeta che deve venire nel mondo", e subito dopo egli si va a nascondere sulla montagna "sapendo che stavano per venire a prenderlo per farlo re" (v. 15). Unendo le tradizioni di messianità con quelle profetiche, altri personaggi nella storia di Giovanni protestano che, poiché Gesù proviene da Nazareth e non da Betlemme, egli non può essere un profeta: "Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea" ({{passo biblico2|Giovanni|7:52}}). Ma i "segni" grandi e potenti che Gesù fa giustificano la sua identificazione come profeta ({{passo biblico2|Giovanni|9:17}}). Riassumendo, sebbene Giovanni faccia affermazioni molto più ampie su Gesù e il suo ''status'' teologico di quanto non facciano gli altri evangelisti, egli chiaramente approva il titolo di "profeta" quale una delle designazioni giuste e opportune.
 
Matteo invoca questo tema più raramente di Giovanni, ma non meno drammaticamente. Poco dopo l'Ingresso Trionfale a Gerusalemme per la Pasqua, verso la fine del Vangelo, i pellegrini che hanno appena salutato Gesù come "Figlio di Davide" spiegano alle folle della città: "Questi è ''il profeta Gesù, da Nazareth'' di Galilea" ({{passo biblico2|Matteo|21:10-11}}). I sommi sacerdoti hanno paura di affrontarlo aperttamente perché quando "cercavano di prenderlo, temettero le folle, perché lo ritenevano un profeta" (v. 46). In confronto a Matteo, Luca tuttavia enfatizza molto questa tema, ponendo questa citazione del messia-profeta presa da Isaia in un drammatico episodio proprio all'inizio della sua storia. Attira ulteriormente l'attenzione sull'importanza dell'idea facendo dire a Gesù stesso, e non alle folle intorno a lui, di essere un profeta. Pertanto, anche nell'usare la lamentazione presa dalla fonte-''Q'' – "Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te!" – il Gesù di Luca aggiunge: "Non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme" ({{passo biblico2|Luca|13:33-34}}; cfr. {{passo biblico2|Matteo|23:37-39}}). E anche i suoi seguaci lo identificano così ({{passo biblico|Luca|24:19}}).
 
Infine, con una dichiarazione piuttosto che con una storia, Luca semplicemente asserisce che il Messia avrebbe dovuto soffrire e morire esattamente come aveva fatto Gesù. Questo insegnamento arriva drammaticamente proprio alla fine del Vangelo di Luca, reso esplicito dallo stesso Cristo Risorto:
{{q|"Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi". Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: "Così sta scritto: ''il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno''".|{{passo biblico2|Luca|24:44-46}}}}
Qual'è il senso storico della presentazione fatta dai Vangeli di Gesù come Messia?
 
 
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