Differenze tra le versioni di "Missione a Israele/Paolo e Gesù"

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Se consideriamo il posto dei Gentili nelle comunità delle sinagoghe diasporiche, vediamo più chiaramente l'impatto di questa nozione apocalittica sulla vita gentile cristiana. ''Estranei interessati'' da tempo venivano accolti nelle sinagoghe e avrebbero continuato ad essere accolti per diversi secoli dopo questo periodo. Tali Gentili erano liberi di praticare dell'ebraismo anche solo quelpoco che preferivano, pur continuando nelle loro pratiche ancestrali. Questo atteggiamento aperto era coerente con l'ecumenismo religioso che segnava la cultura pagana in generale. Da parte ebraica, aveva buon senso incoraggiare l'interesse e persino l'ammirazione della maggioranza gentile che li ospitava. Inoltre, poiché la tradizione ebraica considerava l'osservanza della Torah quale privilegio ultimo di Israele, la sinagoga non aveva motivo di imporre i propri standard di monoteismo sui vicini. Se i Gentili nella Diaspora scelsero di unirsi agli ebrei nell'adorazione del Dio di Israele, erano assolutamente liberi di farlo, proprio come a Gerusalemme essi erano liberi di finanziare offerte al Tempio. Abbondanti testimonianze letterarie e epigrafiche rivelano una considerevole interazione tra Gentili ed ebrei. E, con grande irritazione di successivi vescovi cristiani, i cristiani gentili fin verso la fine del quarto secolo e anche dopo, continuarono ciò che avevano iniziato i loro antenati pagani, frequentando sinagoghe e osservando digiuni ebraici e relative festività.
 
La ''conversione'' all'ebraismo, che per gli uomini comportava la circoncisione, era tutt'altra faccenda. Un Gentile che sceglieva di diventare ebreo doveva assumersi il relativo obbligo di osservare la Torah. Paolo scrive: "Ogni uomo che si fa circoncidere, è obbligato a osservare tutta la legge" ({{passo biblico2|Galati|5:3}}). Di conseguenza, la conversione comportava la cessazione completa di qualsiasi culto pagano, tagliandosi quindi fuori dal contesto sociale e religioso dell'antica città. Queste era pertanto un passo alquanto serio e consequenziale. Potenzialmente tutte le attività civiche coinvolgevano sacrifici. La mancata partecipazione ai culti della città e dell'impero (che imponevano ommaggio all'imperatore e al genio di Roma) poteva facilmente risultare in risentimento, se non addirittura accuse penali. Una fedeltà esclusiva al dio ebraico avrebbe quindi necessariamente influenzato aspetti della vita del convertito ben oltre quella che noi moderni reputiamo "materia religiosa".
 
Ebrei di nascita dovevano contrattare esenzioni dai culti della cultura maggioritaria, e tali esenzioni erano riportate per iscritto nelle leggi delle città in cui vivevano. Il loro esclusivismo religioso irritava alcuni scrittori pagani, che lo consideravano "ateista", termine derogatorio che descriveva il rifiuto di adorare gli dei. Commentando con risentimento sull'"ateismo" ebraico, questi scrittori rimproveravano particolarmente quegli (ex-)Gentili che si erano convertiti all'ebraismo: tali conversioni sembravano una forma di sedizione, una slealtà di rango e un tradimento del proprio popolo, nazione, antenati, e dei.
 
 
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