Differenze tra le versioni di "Missione a Israele/Paolo e Gesù"

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Queste figure di Qumran codificano critiche di circostanze specifiche dopo la rivolta maccabea. L'insistenza su un messia davidico annuncia una reazione negativa alla sovranità non-davidica degli Asmonei; la nozione di un messia sacerdotale della Fine dei Tempi rivela insoddifazione con la gestione corrente del Tempio; la divisione dell'autorità messianica tra sacerdote e re ("Aronne e Israele", come riportano i Manoscritti) indica una critica alla combinazione asmonea dei due uffici. Che i testi di una singola comunità esibiscano una tale varietà di queste figure messianiche ci dà una buona indicazione del grado di diversità interpretativa che la speranza apocalittica poteva fornire in generale. E quando allarghiamo la nostra prospettiva per considerare alcune delle rivelazioni apocrife e pseudonime che circolavano in questo periodo tra [[w:Giuda Maccabeo|Giuda Maccabeo]] e [[w:Simon Bar Kokheba|Bar Kokhba]] – [[w:Libro di Daniele|Daniele]], [[w:Libri di Esdra|2 Esdra]], [[w:Libro di Enoch|1 Enoch]], che parlava della venuta di un Figlio dell'Uomo; [[w:Apocalisse di Baruc|2 Baruc]] e i [[w:Salmi di Salomone|Salmi di Salomone]] riguardo ad un messia regale; l'[[w:Testamento di Mosè|Assunzione di Mosè]], sul Regno finale ma senza nessun messia – vediamo che nessuno dei dettagli del prossimo dramma cosmico era stato determinato per certo. Ciò che importava era il trionfo finale del Bene contro il Male, nel compimento universalizzato delle promesse di Dio a Israele.
 
Questa diversità di figure messianiche e della loro missione non deve oscurare l'importanza primaria del messia davidico. L'aspettativa messianica non era universale; ma coloro che sceglievano di speculare su tale vena avevano, nei testi profetici classici e nelle successive interpretazioni apocalittiche, un corpo di tradizioni pronto da usare. Il Messia figlio di Davide è la figura migliore e meglio attestata, attraversando linee settarie e temporali: possiamo rintracciarlo dalle storie bibliche ebraiche classiche e dai profeti passando per una moltitudine di testi intertestamentari (succitati) e arrivando fino alle preghiere e bendizioni rabbiniche. Il suo ruolo nel dramma finale della storia era chiaro. "Vedi, O Signore, e suscita per loro il loro re, il figlio di Davide", pregava l'autore dei pseudonimi Salmi di Salomone nel primo secolo p.e.v., "nel tempo di cui tu hai conoscenza [cioè, la Fine dei Tempi], e cingilo di forza, cosicché possa distruggere coloro che governano senza giustizia" (17:23). Assiso a giudizio, sconfiggendo i nemici di Dio, regnando su un Israele ripristinato, stabilendo una pace eterna, questo principe escatologico incarnava la prodezza militare, il valore e le virtù del suo regio antenato, il re guerriero Davide.
 
Fatto misterioso quindi che la prima tradizione cristiana scegliesse questa figura quale modo per esprimere e proclamare l'identità religiosa di Gesù di Nazareth.
 
=== "Cristo" secondo Paolo ===
Paolo tipicamente identifica Gesù come "Cristo": il termine ricorre più di 140 volte in sette lettere della sua corrispondenza esistente. Poiché scrive a comunità già affermate, Paolo non offre da nessuna parte una spiegazione elementare, catechetica, del suo uso di tale parola o dell'uso fatto dalla tradizione — del tipo "poiché Gesù fece così e così, egli deve essere per forza il Cristo", come del resto troviamo nei successivi Vangeli. Solo nella sua ultima lettera, alla comunità di Roma, troviamo due dichiarazioni brevi ma formali dell'identità di Gesù che lo collega al più vasto mito redentivo basato sulla Bibbia. La prima dichiarazione avviene quando Paolo si introduce:
{{q|Paolo, servo di Cristo Gesù, apostolo per vocazione, prescelto per annunziare il vangelo di Dio, che egli aveva promesso per mezzo dei suoi profeti nelle sacre Scritture, riguardo al ''Figlio suo, nato dalla stirpe di Davide secondo la carne'', costituito Figlio di Dio con potenza secondo lo Spirito di santificazione mediante la risurrezione dai morti, Gesù Cristo, nostro Signore.|{{passo biblico2|Romani|1:1-4}}}}
La seconda appare in un centinaio di citazioni bibliche da Salmi, Deuteronomio e Isaia quando Paolo arriva alla fine della sua lettera. Di nuovo invoca la venuta di Gesù ad adempimento delle promesse bibliche: "Ora, tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione, perché in virtù della perseveranza e della consolazione che ci vengono dalle Scritture teniamo viva la nostra speranza" ({{passo biblico2|Romani|15:4}}). Queste promesse, dice Paolo, hanno sempre avuto in vista un duplice scopo: la redenzione di Israele ("Cristo si è fatto servitore dei circoncisi in favore della veracità di Dio, per compiere le promesse dei padri") e delle nazioni ("ed ha accolto i Gentili per la sua misericordia, affinché glorifichino Dio", v. 8). Citando Isaia poi Paolo aggiunge: "Spunterà un germoglio dalla ''radice di Iesse'', e colui che sorgerà per reggere le genti; le nazioni spereranno in lui" ({{passo biblico2|Isaia|11:10}} ''LXX'').
 
 
 
 
 
 
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