Differenze tra le versioni di "Storia della letteratura italiana/Dante Alighieri"

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È importante sottolineare che il Dante ''auctor'' non corrisponde con il Dante ''agens''. La narrazione avviene infatti a distanza di tempo dagli avvenimenti, quando l'esperienza è ormai conclusa, e quindi l<nowiki>'</nowiki>''auctor'' ha una conoscenza superiore rispetto all<nowiki>'</nowiki>''agens'', che invece vive la vicenda nel momento in cui è raccontata. Di conseguenza, il Dante ''auctor'' interviene commentando o spiegando gli eventi, facendo anticipazioni e rivolgendosi direttamente al lettore. Talvolta però la focalizzazione si sposta sul personaggio. In questo caso c'è una restrizione del punto di vista: l<nowiki>'</nowiki>''agens'' non sa in anticipo che cosa gli sta per succedere e in certi casi fatica persino a capire gli eventi a cui assiste. Questo produce un effetto di sospensione, che rende la narrazione più dinamica. Il lettore viene così spostato all'interno della narrazione, facendo vivere il sentimento di ricerca che caratterizza il pellegrinaggio di Dante.
 
Dante però utilizza anche altri espedienti narrativi. Uno di questi è l'adozione di una descrizione dinamica: un quadro o un paesaggio vengono rappresentati fornendo singoli dettagli via via che la narrazione procede. Sono poi presenti narrazioni di secondo grado, con personaggi che, interrogati da Dante o da Virgilio, narrano in prima persona la loro storia. È questo per esempio il caso Ulisse, di Ugolino o di Francesca da Rimini. La realtà vissuta viene quindi narrata, oltre che attraverso molteplici generi, anche attraverso molteplici punti di vista. Tutte queste narrazioni, inoltre, utilizzano la tecnica dello scorcio e dell'ellissi: i personaggi non raccontano per esteso la loro storia, dall'inizio alla fine, ma solo la parte centrale. Questa è una caratteristica del racconto dantesco, che condensa la narrazione in poche battute e in alcuni dettagli significativi, ottenendo risultati di grande intensità.<ref>{{cita libro | autore1=Guido Baldi | autore2=Silvia Giusso | autore3=Mario Razetti | autore4=Giuseppe Zaccaria | titolo=Dante | opera=Moduli di letteratura | anno=2002 | editore=Paravia | città=Torino | pp=15-17 }}</ref>
 
=== Spazio e tempo nella ''Commedia'' ===
Spazio e tempo hanno un particolare significato nella ''Commedia'': corrispondono a elementi reali, ma allo stesso tempo assumono un valore simbolico strettamente collegato all'eccezionale esperienza del poeta. I tre spazi dell'aldilà corrispondono ad altrettante fasi dell'itinerario di Dante verso Dio. La «selva oscura» in cui si trova Dante all'inizio dell<nowiki>'</nowiki>''Inferno'' segna un momento di smarrimento, mentre il colle illuminato dal sole è una speranza di redenzione. Anche i diversi ambienti dell'inferno trovano corrispondenza con i peccati commessi dai dannati. Allo stesso modo, la montagna del purgatorio è un'immagine della vita umana, di chi diventa consapevole delle proprie colpe e inizia un percorso di penitenza. Il paradiso, infine, è un luogo non fisico e rappresenta la condizione dell'anima che, trasfigurata, arriva alla visione di Dio.
 
Come lo spazio, anche il tempo ha una particolare importanza nella struttura della ''Commedia''. Inferno e paradiso sono inseriti in una dimensione di eternità: i dannati e i beati rimarranno in questa condizione per sempre. Il purgatorio invece, trovandosi su un'isola in mezzo all'oceano, è inserito nel tempo. Anche qui è però sottesa una motivazione teologica: le anime dei penitenti si trovano in una condizione transitoria, che deve essere superata per potere alla fine a raggiungere il paradiso.
 
Dante tuttavia fornisce poi indicazioni cronologiche molto precise, che conferiscono alla narrazione un valore di realtà. Il tempo del poema è un tempo soggettivo, quello del pellegrino che compie un viaggio alla ricerca di Dio. Tutta la storia si svolge nell'anno 1300, durante il primo Giubileo. Secondo le ipotesi degli interpreti, il viaggio inizia l'8 aprile, venerdìVenerdì santoSanto. La sera del 9 aprile, sabatoSabato santoSanto, Dante lascia l'inferno e, all'alba di Pasqua, inizia il suo cammino in purgatorio, che termina a mezzogiorno del mercoledì successivo. L'esperienza del paradiso si conclude infine in un unico giorno, giovedì 14 aprile.
 
Bisogna osservare che le indicazioni cronologiche non creano un contrasto con la dimensione dell'eternità che caratterizza l'oltretomba. Per i medievali, infatti, la realtà è qualcosa di provvisorio, che trova compimento nell'eternità. La storia, intesa come ciò che è temporaneo, rivela il suo vero valore solo dalla prospettiva di ciò che è eterno.<ref>{{cita libro | autore=Dante Alighieri | titolo=La Divina Commedia | editore=Bulgarini | città=Firenze | anno=2001 | curatore1=Mario Zoli | curatore2=Gilda Sbrilli | pp=24-25 }}</ref>
 
=== Il plurilinguismo ===
Secondo la teoria medievale degli stili enunciata anche nel ''De vulgari eloquentia'', in tutta la ''Commedia'' il lessico, lo stile e il registro usati non sono uniformi, ma vengono adattati a ogni situazione, scegliendo per ognuna il più consono; questo procedimento prende il nome di plurilinguismo.
 
Alla pluralità dei generi e dei punti di vista corrisponde anche una pluralità linguistica. In particolare, la lingua e lo stile si innalzano mano a mano che Dante viaggia dall'inferno al paradiso. Nella prima cantica abbondano i termini bassi e popolari, mentre nel ''Purgatorio'' vengono preferite parole più auliche e letterarie. Nel ''Paradiso'', infine, il lessico si innalza ulteriormente, e vengono utilizzati anche latinismi e neologismi.
 
Tuttavia, all'interno di ciascuna cantica il livello linguistico non è mai uniforme. Nell<nowiki>'</nowiki>''Inferno'', per esempio, Dantequando utilizzadeve spessonarrare toniuna asprirealtà edegradata, terminiDante trattiutilizza daltoni linguaggioaspri scurrilee quandoparole deve narrare la realtà degradatascurrili. Non rinuncia però a usare termini elevati quando l'argomento lo richiede, per esempio nel racconto di Francesca (canto V), dove riprende lo stile della poesia cortese. Non mancano poi terminiespressioni trattitratte dalla quotidianità oppure dal lessico tecnico. In alcuni passi vengono inoltre usati linguaggi astrusi o inventati, dall'apparenza barbarica (si pensi al celebre «Pape Satàn, Pape Satàn aleppe» pronunciato da Pluto nel canto VII).
 
Il linguaggio si eleva nel ''Purgatorio'', anche se non mancano momenti in cui viene utilizzato un lessico più basso oppure più aulico, a seconda dei casi. L'apparizione di Beatrice è infine accompagnata da frasi in latino. Nel ''Paradiso'', con l'acquisizione di una conoscenza sempre più profonda, anche il linguaggio si innalza ulteriormente. Troviamo quindi latinismi, provenzalismi, francesismi e addirittura neologismi di sua invenzione. Quando però si abbandona a violente invettive si ritorna ai toni aspri già incontrati.