Differenze tra le versioni di "Chimica forense/Applicazioni"

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{{Chimica forense}}
 
[[Categoria:Chimica forense|Applicazioni]]
 
In tale sezione vedremo alcuni esempi pratici in ambito forense. Per la stessa tipologia di campione verranno trattati diversi metodi pratici di analisi.
Il metodo più utilizzato a tale scopo in chimica forense è l'analisi spettrofotometrica nel range UV-vis. Si usa uno microspettrofotometro (MSP) perché è uno strumento che permette all'operatore di valutare i colori presenti all'interno di campioni molto piccoli, può addirittura arrivare a determinarli all'interno di singole fibre. Questo strumento è fatto strutturalmente come un classico spettrofotometro a cui viene collegato un microscopio. Lo spettrofotometro quindi confronta la quantità di luce passante attraverso l'aria con quella che attraversa il campione o quella che viene riflessa. Il risultato finale sarà quindi espresso come percentuale di luce riflessa o assorbita calcolato a ogni lunghezza d'onda analizzata dallo strumento. Dal momento che il campione analizzato sarà molto spesso eterogeneo, quando viene osservato al microscopio si osservano quindi punti diversi della fibra in modo tale che il principio di rappresentatività del campione intero venga rispettato.
 
Nel caso in cui non si possano usare metodi spettroscopici per eseguire la determinazione dei coloranti si possono sfruttare dei metodi chimici. Questi prevedono l'estrazione del colorante e successivamente lo si caratterizza tramite l'identificazione della sua struttura chimica. A questo scopo viene molto usata la cromatografia su strato sottile (TLC); essendo però una tecnica distruttiva nei confronti del campione, quando si può si opta sempre per metodi spettroscopici. <br>
 
Una tecnica molto utilizzata, in particolar modo in Europa, è la spettroscopia Raman. Con questa tecnica è possibile rivelare, oltre ai polimeri costituenti le fibre, anche la concentrazione di colorante presente con un LOD molto buono (0,005%)<ref> Siegel, pag.70 </ref>.
 
[[File:Multicolored tempera paints.jpg|thumb|left|Pitture multicolore]]
 
Le vernici, come già detto nel capitolo apposito, sono miscele omogenee complesse formate da composti organici e inorganici; è infatti praticamente impossibile trovare una vernice costituita da un solo strato dal momento che ogni strato ha una funzione specifica, ad esempio evitare che il colore vada incontro a processi di degradamento, facilitare l'evaporazione del solvente o addirittura preservare il film superficiale. Tutti questi strati possono essere sfruttati in ambito analitico, facilitando la comparazione con tecniche spettroscopiche e di osservazione. <br>
 
Quando si ha un campione di vernice il primo procedimento analitico prevede che questo venga osservato con un microscopio che consenta di eseguire un ingrandimento di almeno 10 - 80 volte <ref> Siegel, pag. 95 </ref>. Già in questa prima fase è possibile escludere dei campioni se presentano una superficie diversa rispetto al campione prelevato sulla scena. A questo punto si sfrutta l'applicazione di equipaggiamenti più sofisticati, ad esempio la luce trasmessa, il campo chiaro, il campo scuro, la fluorescenza o addirittura il microscopio a luce polarizzata per permettere all'operatore di indagare ulteriori differenze altrimenti impercettibili tra i vari campioni. Per esempio, se si utilizza il microscopio a luce polarizzata è possibile differenziare diversi campioni basandosi sulla loro composizione minerale.
 
Per analizzare campioni di vernici si può sfruttare la spettrometria infrarossa; si tratta di una tecnica utile perché la differenziazione delle pitture è dovuta alle classi di polimeri da cui sono costituite. I pigmenti inorganici vengono riconosciuti facilmente perché presentano un assorbimento caratteristico nel range del medio infrarosso, fatta eccezione per il diossido di titanio e per gli ossidi di ferro. Dal momento che molte vernici sono a base epossidica e nitrocellulosica (sono quindi a base di esteri e uretani) presentano un picco di assorbimento nel range tra i 1 650{{formatnum:1650}} e i 1 750{{formatnum:1750}} cm<sup>-1</sup><ref> Siegel, pag. 96 </ref> e successivamente assorbimenti multipli tra i 1 000{{formatnum:1000}} e i 1 300{{formatnum:1300}} cm<sup>-1</sup><ref> Siegel, pag. 96 </ref>.<br>
 
Per analizzare campioni di vernici si può sfruttare la spettrometria infrarossa; si tratta di una tecnica utile perché la differenziazione delle pitture è dovuta alle classi di polimeri da cui sono costituite. I pigmenti inorganici vengono riconosciuti facilmente perché presentano un assorbimento caratteristico nel range del medio infrarosso, fatta eccezione per il diossido di titanio e per gli ossidi di ferro. Dal momento che molte vernici sono a base epossidica e nitrocellulosica (sono quindi a base di esteri e uretani) presentano un picco di assorbimento nel range tra i 1 650 e i 1 750 cm<sup>-1</sup><ref> Siegel, pag. 96 </ref> e successivamente assorbimenti multipli tra i 1 000 e i 1 300 cm<sup>-1</sup><ref> Siegel, pag. 96 </ref>.<br>
Per ottenere più informazioni si può utilizzare la spettrometria Raman che consente di discriminare più componenti rispetto alla spettrometria IR. Ad esempio con la Raman è possibile discernere due forme differenti dell'ossido di titanio (anatasio e rutilio) cosa non possibile con uno spettro IR che li vedrà come un unico picco. Un altro pigmento che si può riconoscere con la Raman è il nero di carbone che è presente in un vastissimo numero di vernici, altrimenti invisibile alle altre tecniche analitiche. Infine, la Raman viene utilizzata anche per la determinazione degli ossidi di ferro.
 
[[File:Kyoto animation arson attack 1 20190721.jpg|thumb|Incendio doloso a Kyoto]]
 
Un'analisi sui detriti rinvenuti in seguito a un incendio è suddivisa in quattro passaggi: la raccolta, l'estrazione, l'analisi e l'interpretazione.<br>
 
Nel momento in cui si presenta una scena di questo tipo la parte più difficile è quella di riconoscere e classificare i liquidi infiammabili, ciò perché questa procedura non si esegue nel laboratorio di analisi ma in loco. Per garantire il successo nella determinazione del liquido infiammabile la fase di selezione e di campionamento del campione sono essenziali; per selezionare un campione ci si basa su assunzioni logiche valutando quindi il presumibile percorso fatto dal fuoco in modo tale da ricostruire la scena così da poter valutare il punto in cui è stata usata la sostanza combustibile. Questo serve perché statisticamente è più probabile trovare dei residui nel punto di partenza dell'incendio piuttosto che in tutto il tragitto (ovviamente perché nel punto di partenza se ne mette di più per far accendere il fuoco). Nel momento in cui viene individuato, questo viene campionato e riposto in un contenitore ermetico e spedito al laboratorio di analisi. Il campionamento avviene tramite batuffoli di cotone oppure tramite tamponi assorbenti.
 
 
Per migliorare la risoluzione dell'analisi si può accoppiare alla GC un spettrometro di massa (MS) potendo prevedere e riprodurre la frammentazione di ogni classe di idrocarburi (si veda come esempio la frammentazione dell'alchilbenzene tramite impatto elettronico a 70 eV: lo spettro risultante presenterà sempre dei picchi a 91, 105 e 119.<ref> Siegel, pag. 140 </ref> Quindi quando si analizza un liquido infiammabile presentante questi picchi caratteristici, sarà molto probabile che sia a base di alchilbenzene).
Un campione proveniente da un incendio può essere di qualsiasi natura: oltre ai detriti carbonizzati, si possono rinvenire pezzi di vestiti, arredamenti, materiali edili, suolo, tessuti biologici e liquidi vari. Il pre-trattamento da eseguire sul campione per analizzarlo con la tecnica accoppiata GC-MS dipende principalmente da due fattori: il primo è sicuramente lo stato fisico della prova mentre il secondo dipende dal liquido infiammabile che bisognerà determinare. Determinare lo stato fisico del campione è un processo facile e intuitivo. È però più complicato il discorso relativo alla tipologia di liquidi infiammabili, in quanto si applicano solitamente tre metodi per estrarlo dai residui rinvenuti: concentrarlo nello spazio di testa, estrarlo con un solvente e infine una semplice estrazione in spazio di testa. <br>
 
L'estrazione semplice in spazio di testa consiste in un'estrazione diretta dei composti volatili presenti nello spazio sovrastante il campione posto in un contenitore sigillato. Questo metodo viene utilizzato quando sono presenti molecole ossigenate con basso peso molecolare. Il contenitore può essere scaldato fino a 60-80 °C <ref> Siegel, pag. 162 </ref> per aumentare la concentrazione della sostanza volatile. Questo tipo di campionamento viene eseguito con una siringa la cui punta viene poi rilasciata all'interno dell'iniettore della GC. <br>
L'estrazione con solvente prevede la dissoluzione del campione con un solvente appropriato (ad esempio pentano, dietil etere, cloroformio)<ref> Siegel, pag. 162 </ref>. Il problema è che vengono solubilizzate tutte le sostanze presenti nel campione e affini al solvente, quindi non solo gli analiti di interesse ma anche quello che non ci interessa, complicando in questo modo la matrice. <br>
 
L'estrazione con solvente prevede la dissoluzione del campione con un solvente appropriato (ad esempio pentano, dietil etere, cloroformio)<ref> Siegel, pag. 162 </ref>. Il problema è che vengono solubilizzate tutte le sostanze presenti nel campione e affini al solvente, quindi non solo gli analiti di interesse ma anche quello che non ci interessa, complicando in questo modo la matrice. <br>
 
Il metodo più utilizzato per campionare i liquidi infiammabili è tramite concentrazione passiva in spazio di testa con carbone. Per questa tecnica si utilizza una striscia di carbone depositato su matrice polimerica che viene posizionata e mantenuta al di sopra del campione posto all'interno del contenitore chiuso ermeticamente. Il contenitore viene scaldato per un determinato lasso di tempo così che la volatilità dei composti presenti nel campione aumenti; questo permette al carbonio presente sulla striscia di catturarli in quantità ben note e quindi rappresentative del campione.
 
[[File:Nitrofullerene60-anim.gif|thumb|left|Nitrofullerene]]
 
Prima di poter effettuare all'analisi di un esplosivo rinvenuto sulla scena di un crimine è necessario che il personale autorizzato proceda alla messa in sicurezza dell'esplosivo, raccogliendo i resti dei dispositivi come prova forense. L'iter ufficiale prevede una serie di operazioni: le prove devono essere fotografate, impacchettate, etichettate, registrate e messe in sicurezza. Dopo un'accurata ispezione della scena del crimine, gli oggetti raccolti vengono inviati al laboratorio, accompagnati da un documento: la catena di custodia. Le informazioni presenti in tale documento riguardano il mittente, il sospetto, la vittima, l'incidente, la natura della prova e gli esami che sono stati richiesti. Inizialmente in laboratorio si procede con l'esaminare l'esplosivo per poi documentarne l'aspetto. Gli esplosivi possono essere campionati in due stati: intatti oppure frammentati a seguito dell'esplosione. <br>
 
'''Intatti'''. Attraverso l'osservazione del campione attribuiamo all'esplosivo una delle due possibili tipologie (low oppure high). Gli esplosivi deflagranti sono solitamente delle polveri, basandosi su alcune loro caratteristiche quali forma, colore e dimensione si possono ottenere informazioni circa la loro origine o manifattura. Gli esplosivi detonanti invece si presentano come solidi densi in cui la parte esplosiva di base si trova miscelata a un legante o a un'altra matrice. Per raccogliere informazioni relative alla manifattura di tali esplosivi bisogna effettuare un'analisi chimica. <br>
 
'''Frammentati'''. In questo caso è necessario indagare i componenti volatili presenti, i prodotti di combustione osservabili oppure si procede con l'estrazione di residui invisibili. Il punto critico dell'analisi è rappresentato dalla preparazione del campione, un'operazione che si rivela essere molto complessa. In questo caso occorre eseguire un'estrazione sui residui, la procedura può essere eseguita in tre modi:
 
* l'estratto con solvente organico si analizza mediante tecniche in grado di identificare basse concentrazioni di esplosivo organico (LC-MS, GC-MS, TLC, FTIR)<ref> Siegel, pag. 198 </ref>.
 
Il solvente ideale dovrebbe essere in grado di solubilizzare perfettamente l'esplosivo di interesse e, allo stesso tempo, presentare pochissima (o addirittura nulla) affinità con il substrato. I solventi più impiegati per l'estrazione e che presentano caratteristiche che si avvicinano a quelle ideali sono l'acetonitrile, il metanolo, l'acetone o il diclorometano<ref> Siegel, pag. 198 </ref>. La scelta ricade su di uno piuttosto che un altro in funzione della matrice. <br>
 
Le tecniche analitiche da utilizzare per la determinazione di tracce di esplosivo in un campione richiedono un controllo qualità sfruttando appositi standard, in modo tale da rendere l'analisi affidabile. Per eseguire suddette analisi si impiegano tecniche combinate con lo spettrometro di massa (GC-MS, LC-MS)<ref> Siegel, pag. 198 </ref> in quanto l'MS è caratterizzato da grande sensibilità. Le tecniche possono essere automatizzate, ma di contro, sono in grado di analizzare un solo campione alla volta. In analisi routinarie si usano i campioni di controllo della qualità e prevedono:<ref> Siegel, pag. 198 </ref>
 
=== Test chimici ===
 
Tra i test chimici per l'analisi di questa tipologia di campioni trovano largo impiego i test di suscettibilità di innesco. Si tratta di un test veloce e conveniente, utile a determinare se un materiale sconosciuto sia potenzialmente esplosivo. Il test viene effettuato raccogliendo una quantità molto piccola di campione con delle pinze, in seguito lo si pone su di una fiamma. L'osservazione dell'innesco può includere diversi fattori, si prendono in considerazione caratteristiche visive, di suono, di odore oppure il residuo che si genera. La maggior parte dei materiali esplosivi si innescano immediatamente e generano una combinazione di luce, suono e fumo. I materiali non esplosivi, al contrario, non bruciano completamente, inoltre la combustione procede lentamente. Il metodo è piuttosto utile per l'osservazione di un esplosivo low (ad esempio la polvere da sparo) mentre è meno efficace se si ha a che fare con un esplosivo high. <br>
 
Un altro test chimico molto utilizzato è il test del colore. Alcuni anioni possono indicare la presenza di materiale esplosivo, il metodo in questione è stato ideato per individuare tali specie. Si riportano alcuni esempi di test del colore:
 
=== Tecniche a raggi X ===
 
All'interno di questa famiglia di tecniche, la più utilizzata è rappresentata dall'accoppiamento del microscopio a scansione elettronica con lo spettrometro a dispersione di energia (EDS). La tecnica è molto adatta per l'analisi di esplosivi intatti caratterizzati da una struttura microscopica specifica. All'interno di un esplosivo è possibile osservare delle microsfere immerse in un'emulsione, queste possono esplodere nel momento in cui sono sottoposte alle elevate pressioni della detonazione. Questo fenomeno causa la formazione di hot spot nell'esplosivo che permettono la propagazione della detonazione attraverso il materiale. Attraverso l'osservazione di suddette microsfere all'interno di un sospetto esplosivo è possibile confermare che si tratta di un'emulsione. Un'altra tipologia di esplosivo target di questa tecnica è la dinamite. Questa è caratterizzata da una grande varietà di componenti (nitroglicerina, dinitrato di glicole etilenico, nitrato di sodio, nitrato di ammonio, nitrocellulosa e svariati elementi inerti) i cui rapporti differiscono in base alla manifattura. <br>
Un'altra tecnica molto popolare è la fluorescenza ai raggi X. Lo svantaggio principale di questa tecnica è legato al fatto che elementi con basso numero atomico Z sono interessati da uno scarso fenomeno di fluorescenza (elementi che si trovano prima del sodio)<ref> Siegel, pag. 206 </ref>. Risulta però molto utile per verificare la presenza di elementi pesanti. <br>
 
Infine un'altra tecnica di routine per l'analisi di esplosivi inorganici e dei loro residui di esplosione è la diffrazione a raggi X di polveri. La tecnica è ampiamente usata in quanto non è distruttiva nei confronti del campione e ne permette l'analisi, sia tal quale sia estratto mediante acqua e successivamente asciugato. La tale tecnica ha lo svantaggio di essere poco sensibile, non è infatti in grado di determinare componenti in concentrazioni abbastanza basse. Si utilizza in particolare con materiali cristallini.
 
=== Tecniche separative ===
 
La tecnica principe è rappresentata dalla gascromatografia, estremamente utile nella separazione di miscele di esplosivi. Per l'analisi di esplosivi a base di nitrati una combinazione valida ed economicamente vantaggiosa prevede l'accoppiamento della GC con un rivelatore a cattura di elettroni. Ma l'accoppiamento che risulta essere più efficace e quindi più utilizzato è quello GC-MS in quanto combina le alte efficienze separative della GC con l'elevatissima sensibilità e specificità dello spettrometro di massa. Un esempio di applicazione di questa tecnica è dato dalla separazione e l'identificazione in modalità EI di composti presenti all'interno delle polveri infumi (le polveri senza fumo sono il prodotto ottenuto da una miscela omogenea di nitrocellulosa con plastificanti e stabilizzanti e/o con nitroglicerina, nitroguanidina o altro), la tecnica si può anche utilizzare per composti opportunamente derivatizzati prima dell'analisi, ad esempio i combustibili organici all'interno della polvere nera (si tratta di un tipo di esplosivo). <br>
 
Un'altra combinazione efficace è rappresentata dalla LC-MS, molto utile quando si deve eseguire un'analisi di esplosivi termicamente sensibili e/o non volatili. La tecnica presenta un limite di rilevabilità molto basso (siamo nell'ordine dei ppb)<ref> Siegel, pag. 217 </ref> e risulta essere molto utile per analizzare le tracce di esplosivo in campioni prelevati a seguito dell'esplosione. Alcuni esempi di analiti che si possono rivelare con la suddetta tecnica accoppiata sono: i nitroaromatici, le nitroammine e gli ossidi<ref> Siegel, pag. 217 </ref>. Il tipo di ionizzazione più adatta viene scelta in funzione della tipologia di analita, le più impiegate sono electronspray o quella a pressione atmosferica.
 
Quando si dispone di un campione di suolo di modeste dimensioni per prima cosa lo si osserva documentando la struttura. Successivamente si macina al fine di renderlo omogeneo, lo si divide, lo si mischia e infine lo si suddivide in campioni più piccoli: seguendo questa metodica (quartatura) tutti i campioni di dimensioni ridotte saranno rappresentativi del campione originario. A questo punto si può procedere con l'analisi.
 
Un secondo parametro avente una certa importanza è la sua struttura; è importante sapere però che questa analisi si può eseguire solamente se si dispone di quantità di campioni sufficientemente grandi. Per osservare la struttura del suolo si osserva in particolare la quantità relativa di sabbia, di sedimenti e di argilla contenuti all'interno. Dal momento che questi si differenziano in base alla loro granulometria, per misurare accuratamente la dimensione delle particelle di un singolo grano il suolo dev'essere disgregato e disperso sempre più finemente per far si che ogni grano venga separato dagli altri. Questo tipo di analisi prende il nome di "analisi al setaccio" e permette di determinare la granulometria dei vari costituenti del suolo. Per eseguire questa analisi il terreno può essere sia asciutto sia bagnato e lo si pone in cima al setaccio. Nel caso in cui il campione è asciutto il setaccio viene scosso continuamente per un certo lasso di tempo in modo tale da permettere il passaggio dei grani ai setacci inferiori che presentano una granulometria inferiore. <br>
 
Nel caso invece il terreno sia bagnato si fa passare del vapore d'acqua attraverso i diversi piani del setaccio per far si che questo lavi i grani mentre scendono. Alla fine l'ultimo strato viene posto in una stufa a 100 °C<ref> Siegel, pag. 294 </ref> e successivamente pesato per sapere la massa dell'insieme delle tre parti costituenti i terreni. Per indagare ogni singola frazione si utilizza uno stereomicroscopio, che consente di osservare delle parti specifiche di interesse. <br>
 
Una volta eseguito questo primo tipo di analisi si passa all'identificazione dei minerali presenti, operazione fondamentale in ottica forense. Questa operazione si esegue grazie a un microscopio e si divide nei seguenti punti:
[[File:9mm-hollowpoint from XC75.jpg|thumb|left|GSR emessi da una pistola al momento dello sparo]]
 
Nelle analisi forensi sulle armi da fuoco si tenta di associare uno dei componenti della munizione sparata (proiettili, cartuccia o bossolo) all'arma che ha fatto fuoco. <br>
 
La prima domanda fondamentale che richiede una risposta in un'indagine, è che tipo di arma ha sparato quel proiettile. Per poter rispondere bisogna prima conoscere le caratteristiche della classe di appartenenza dell'arma attraverso un'indagine visiva (tali caratteristiche includono: il calibro, numero di righe e scanalature, le loro larghezze e così via). Queste informazioni vengono inserite in un computer che eseguirà un controllo incrociato all'interno di un database individuando l'arma che risponde a tutte queste caratteristiche. Se nei pressi della zona di indagine viene rinvenuta un'arma, l'esaminatore controlla che tutte le specifiche di classe corrispondano a tale arma e, se ciò venisse confermato, si spara un colpo con l'arma interessata e il proiettile o il bossolo viene utilizzato come riferimento per un'analisi comparativa al microscopio. L'analisi viene eseguita usando due microscopi collegati da un ponte ottico, in modo da poter osservare i due campioni fianco a fianco. Se la superficie dei due campioni in esame risulta essere simile (quindi con gli stessi segni di usura) allora l'esaminatore può concludere che ci sono alte probabilità che entrambi i proiettili siano stati sparati dalla stessa arma ritrovata sulla scena. <br>
I proiettili o i bossoli devono essere trattati prima di procedere con l'analisi al microscopio comparativo. La prima operazione consiste nell'esaminare il campione alla ricerca di prove o indizi presenti su di esso (per esempio tracce di DNA), successivamente si effettua una pulitura del campione in quanto questo è interessato da processi ossidativi stando a contatto con l'aria. La pulitura non può essere eseguita meccanicamente altrimenti si corre il rischio di creare nuove striature che potrebbero compromettere l'analisi o comunque renderla più complessa. Se il proiettile presenta un basso grado di corrosione si utilizzano delle soluzioni di esametafosfato<ref> Siegel, pag. 402 </ref> e di sesquicarbonato di sodio<ref> Siegel, pag. 402 </ref>. Se invece il proiettile presenta fenomeni ossidativi importanti è necessario effettuare un attacco chimico più intenso impiegando un acido forte per poi analizzarlo al microscopio. <br>
 
I proiettili o i bossoli devono essere trattati prima di procedere con l'analisi al microscopio comparativo. La prima operazione consiste nell'esaminare il campione alla ricerca di prove o indizi presenti su di esso (per esempio tracce di DNA), successivamente si effettua una pulitura del campione in quanto questo è interessato da processi ossidativi stando a contatto con l'aria. La pulitura non può essere eseguita meccanicamente altrimenti si corre il rischio di creare nuove striature che potrebbero compromettere l'analisi o comunque renderla più complessa. Se il proiettile presenta un basso grado di corrosione si utilizzano delle soluzioni di esametafosfato<ref> Siegel, pag. 402 </ref> e di sesquicarbonato di sodio<ref> Siegel, pag. 402 </ref>. Se invece il proiettile presenta fenomeni ossidativi importanti è necessario effettuare un attacco chimico più intenso impiegando un acido forte per poi analizzarlo al microscopio. <br>
 
Un altro aspetto molto importante, di cui daremo soltanto un breve accenno, è la ricostruzione dei numeri seriali presenti sulle armi da fuoco. Tali numeri consentono di ricostruire la "storia" dell'arma e conoscere quindi eventuali movimenti, a chi appartiene o chi l'ha venduta. Capita molto spesso che tali numeri vengano cancellati, tuttavia è possibile recuperarli sfruttando metodiche ad hoc che differiscono le une dalle altre in base alla zona in cui i numeri sono stati stampati o in base al tipo di materiale con cui è fatta l'arma. Si riporta di seguito il metodo più generico che permette il recupero dei numeri seriali. Il primo passaggio consiste nel fotografare l'area dell'arma da trattare. Successivamente si esegue una pulitura di tale area con carta vetrata sempre più fine oppure con della carta smeriglio. Successivamente si procede con un attacco chimico sulla zona che è stata pulita o semplicemente applicando la soluzione sulla superficie oppure costruendo prima una sorta di muro di contenimento in argilla o cera intorno alla zona target e successivamente eseguire l'attacco. Un modo alternativo più rapido consiste nell'utilizzo di un attacco elettrochimico. Solitamente si possono utilizzare due soluzioni per effettuare l'attacco sulla superficie (in genere vengono stampati sull'acciaio, quindi queste soluzioni si possono applicare solo su tale superficie):
 
Per essere sicuri che la presenza di questi tre elementi sia dovuta allo sparo e non a contaminazioni esterne, si utilizza il SEM-EDS. Tale tecnica infatti permette di discriminare tra le due casistiche in quanto permette di osservare la forma e la superficie degli agglomerati di particelle e anche la loro composizione. Infatti, se si tratta di residui di sparo osserveremo delle particelle sferoidali con una superficie pressoché liscia.
 
È possibile anche analizzare i composti organici dei residui di sparo. Per identificarli bisogna utilizzare tecniche analitiche che presentino un alto potere discriminante e un basso limite di rilevabilità. Questo perché alcuni dei costituenti degli OGSR presentano strutture chimiche molto simili e le quantità depositate sulle mani dopo aver sparato sono molto piccole. Quanto detto prima sembra suggerire che la tecnica migliore da utilizzare sia la GC-MS; purtroppo non è così. Essendo gli OGSR costituiti da composti instabili (ad esempio la nitroglicerina) tale tecnica non può essere utilizzata perché richiede un riscaldamento del campione per renderlo volatile, risultando dannoso per le sostanze instabili presenti all'interno. Quindi come tecniche separative si utilizza la cromatografia liquida o l'elettroforesi capillare perché operano a temperatura ambiente (ad esempio per l'analisi di polveri da sparo che non producono fumi, si utilizza la cromatografia liquida con un detector a UV). Per determinare analiti appartenenti alla famiglia degli OGSR è molto comune utilizzare un detector ad assorbimento UV o UV-vis. <br>
 
Anche la spettroscopia vibrazionale è utilizzata per la rilevazione degli OGSR, ad esempio lo spettroscopia Raman viene utilizzata per individuare i fiocchi di polveri che non producono fumi prelevate dai vestiti.
 
== Note ==
 
<references />
 
{{Avanzamento|75%|20 novembre 2020}}
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