Differenze tra le versioni di "Riflessioni su Yeshua l'Ebreo/Sacrificio religioso"

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{{q|Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo (''hoi archontes tou aiōnos toutou'') che vengono ridotti al nulla; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l'avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Sta scritto infatti: Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano.|{{passo biblico2|1 Corinzi|2:6-9}}}}
 
Paolo vedeva questa unione di Cristo e cristiano come una vera unità. La chiesa è più di un insieme di individui uniti da credenze e speranze comuni. La chiesa è letteralmente il corpo di Cristo e i cristiani sono membri "viventi" di tale corpo ({{passo biblico2|Efesini|5:30}}). Essere un membro della chiesa significa condividere un'identità comune con Cristo. Paolo chiese retoricamente ai Corinzi: "Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?" ({{passo biblico2|1Corinzi|6:15}}). Questa non è una semplice figura retorica. Più avanti, in 1 Corinzi, Paolo illustra il significato dell'esistenza del cristiano in Cristo per analogia con il corpo umano: "Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo" ({{passo biblico2|1Corinzi|12:12-13}}). "Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte" ({{passo biblico2|1Corinzi|12:27}}). Il vescovo anglicano [[w:John Arthur Thomas Robinson|John A. T. Robinson]] ha osservato che il corpo che Paolo ha in mente qui non è quello di "un collettivo sovrapersonale" ma di un singolo individuo concreto.<ref>John A. T. Robinson, ''The Body: A Study in Pauline Theology'' (Londra: SCM Press, 1952), 51.</ref>
 
Una volta che la dipartita fisica di Cristo era finalmente diventata una realtà, le forze che avevano reso l'identificazione del cristiano con lui furono travolgenti. Cristo era diventato il cuore e il centro della vita dei discepoli sia in questo mondo che nel Mondo a venire. Come abbiamo notato, l'identificazione con Cristo diede ai cristiani i mezzi per raggiungere la più cruciale di tutte le relazioni, la giusta relazione con il Dio che teneva in equilibrio il destino delle loro anime. L'identificazione con Cristo fornì ai cristiani la loro speranza più straordinaria, la speranza di una via d'uscita dalla mortalità; inoltre fornì loro una comunità primaria, la chiesa, in cui condividere le loro paure, speranze e aspirazioni. Cristo era semplicemente troppo importante per perderlo o addirittura per rimanere un lontano oggetto di aspirazione. Doveva essere trovato un modo per assicurare alla chiesa primitiva che Cristo era una realtà presente, come lo era stato in quei primi giorni dopo la Risurrezione.
 
C'era più di un modo in cui Gesù poteva essere presente alle sacre mense della chiesa primitiva. Poteva essere, come era stato, con loro nello spirito; poteva anche stare con loro concretamente sia come alimento che alimentatore. L'azione di Gesù nell'offrire pane e vino con le parole: "Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue", contengono il messaggio implicito, "Io sono l'alimento come sono l'alimentatore". Se non era più possibile per i cristiani condividere il cibo con Gesù, era inevitabile che trovassero in queste parole un modo per stare con lui nel corpo.
 
Interpretando il pane e il vino del loro pasto sacro come il corpo e il sangue di Cristo, i cristiani ricorsero al modo più antico, più efficace e più crudamente fisico per diventare uno con l'oggetto amato, l'incorporazione fisica. L'Eucaristia era un atto letterale della strategia cristiana basilare per raggiungere il giusto rapporto con il Padre nei cieli, l'identificazione con il Figlio amato, che Paolo in un luogo chiama il "primogenito tra molti fratelli" ({{passo biblico2|Romani|8:29}}). Trovando un modo per superare il divario che separava i discepoli privi di Cristo, un modo che era radicato nelle strategie più arcaiche, non verbali e sensuali dell'organismo umano, i cristiani primitivi preservarono sia l'integrità la loro comunità e il suo messaggio redentore. Seppero inoltre far fronte all'inevitabile tensione tra l'annuncio cristiano della speranza compiuta e la realtà cristiana della speranza differita. Prendendo parte a quella che consideravano la vera sostanza del Cristo risorto, periodicamente divennero "un solo corpo" con la sua gloria immortale, prevedendo di condividerla completamente alla fine dei giorni. Allo stesso tempo, si preparavano al ritmo di vita in cui la certezza della redenzione era costantemente contrastata dalle dure realtà dell'Impero Romano.
 
Sono proprio questi crudi aspetti fisici del Pasto del Signore, in cui Cristo è sia alimento sia alimentatore, che costituiscono il suo potere travolgente. Ovunque questo rito sia stato preso sul serio, e dovunque sia stata affermata la presenza reale di Cristo negli elementi del Pasto del Signore, la cristianità ha avuto un modo incomparabile di esprimere attraverso il rito religioso i suoi più profondi desideri, consci e inconsci, riguardanti la moralità umana, la fratellanza e la mortalità. In {{passo biblico2|1Corinzi|10}}, l'insistenza di Paolo sul fatto che i Corinzi che partecipavano all'Eucaristia devono astenersi dai banchetti cultuali pagani, è un esempio del modo in cui i rituali sacrificali sono stati utilizzati ai fini di un controllo morale e religioso. Poiché nessun uomo può prendere parte al sacrificio se, agli occhi di Dio, per così dire, è moralmente o ritualmente inideoneo, il sacrificio stesso funge da barriera contro un comportamento improprio.
 
La peggiore offesa nella religione sacrificale è prendere parte al sacrificio quando si è moralmente o ritualmente indegni. Ciò viene meravigliosamente espresso nel Salmo 24: "Chi salirà al monte del SIGNORE? Chi potrà stare nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, che non eleva l'animo a vanità e non giura con il proposito di ingannare" ({{passo biblico2|Salmi|24:3-4}}). Si sale al monte del Signore per prendere parte al sacrificio. Il salmista definisce con la massima semplicità le condizioni in cui tale partecipazione è appropriata. Un altro aspetto di questa definizione è l'avvertimento implicito di non stare "nel suo luogo santo" a meno che non si abbiano "mani innocenti e cuore puro".<ref>Shalom Spiegel, "Prophetic Attestation of the Decalogue: Hosea 6:5. With Some Observations on Psalms 15 and 34", ''Harvard Theological Review'' 27, no. 2 (aprile 1934): 105-44.</ref>
 
 
 
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