Differenze tra le versioni di "Boris Pasternak e gli scrittori israeliani/Appendice 2"

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= ''L'altro Pasternak'' =
<small>''(Per altre citazioni o stralci, si veda'' "[[q:Boris Pasternak|Wikiquote: ''Boris Pasternak'']]")''</small>
 
{{q|Dov’è colui che fino in fondo ha capito Pasternak?... Egli è segretezza, allegoria, cifrario...|[[w:Marina Ivanovna Cvetaeva|Marina Cvetaeva]]}}
 
== Citazioni e poesie sparse ==
* Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti o che non hanno mai inciampato. A loro non si è svelata la bellezza della vita.
* L'uomo è nato per vivere, non per prepararsi a vivere.
* L'arte non è pensabile senza rischio e sacrificio spirituale di sé.
* Nessuno fa la storia, la storia non si vede, come non si vede crescere l’erba.
* Sei l'ostaggio dell'eternità, un prigioniero del tempo.
* La politica non mi dice niente. Non amo le persone insensibili alla verità. (da ''[[w:Il dottor Živago|Il dottor Živago]]'')
* L'arte [...] è una spugna [...] deve succhiare e lasciarsi impregnare [...]. Deve sempre essere in mezzo agli spettatori e guardare ogni cosa con una purezza, una ricettività, una fedeltà sempre più grandi. (da ''Alcune posizioni'')
* L'arte è realistica come l'attività, e simbolica come il fatto. (da ''Il salvacondotto'')
* L'arte serve sempre la bellezza, e la bellezza è la felicità di possedere una forma, e la forma è la chiave organica dell'esistenza, tutto ciò che vive deve avere una forma per esistere, e, quindi, l'arte, anche quella tragica, racconta la felicità dell'esistenza.
* La filosofia dev'essere non più che un condimento all'arte della vita. Dedicarsi soltanto alla filosofia non è meno strano del mangiare sempre e solo rafano.
* Sei la cosa più bella che io abbia mai udito. (riferito al silenzio)
* Ecco che cos'era la vita, che cos'era l’esperienza, che cosa inseguivano coloro che andavano in cerca d’avventure, ecco a che cosa mirava l’arte: ritornare a casa propria, ai propri affetti, riprendere a vivere.
* L'appartenenza a un tipo è la morte dell'uomo.
* Penso che se la belva che dorme nell'uomo si potesse fermare con una minaccia, la minaccia della prigione o del castigo d’oltretomba, poco importa quale, l’emblema più alto dell’umanità sarebbe un domatore da circo con la frusta, e non un profeta che ha sacrificato se stesso.
* La vita, se volete saperlo, è un elemento che continuamente si rinnova e rielabora da sé, che da sé si rifà e si ricrea incessantemente, sempre tanto più alta di tutte le nostre ottuse teorie.
* Bisogna essere di un'irrimediabile nullità per sostenere un solo ruolo nella vita, per occupare un solo ruolo nella vita, per occupare un solo e medesimo posto nella società, per significare sempre la stessa cosa.
*Sono geloso di ciò che è oscuro, inconscio, di quello per cui è impensabile una spiegazione, che non si può prevedere.
:Sono geloso degli oggetti della tua toilette, delle gocce di sudore sulla tua pelle, delle malattie infettive portate dall’aria, che possono attaccarsi a te e avvelenarti il sangue.
* La poesia è quell’altezza che supera tutte le gloriose Alpi, e che si trova nell’erba, sotto i piedi, cosicché occorre soltanto chinarsi per vederla e coglierla.
* Quanto coraggio ci vuole per recitare nei secoli, come recitano i burroni, come recita il fiume.
* Arrivederci... perché sto sanguinando?
<br/>
<div style="color: teal; text-align: center; font-size: 1.4em;">~ • ~</div>
 
=== Poesie sparse ===
<br/>
{{Div col}}
;DEFINIZIONE DELLA POESIA (1917)<br/>
;FEBBRAIO<br/>
 
E’ il fischio sparso all’improvviso,<br/>
Il crepitìo dei ghiaccioli,<br/>
La notte che gela la foglia,<br/>
Il duello di due usignoli.<br/>
 
E’ il pisello inselvatichito,<br/>
Il pianto del cielo nei baccelli,<br/>
Figaro dai leggii e dai flauti<br/>
Che sulle aiole cade a granelli.<br/>
 
E’ tutto ciò che alla notte importa<br/>
Trovare nei fondali profondi,<br/>
E una stella portare nel vivaio<br/>
Sui palmi bagnati e tremebondi.<br/>
 
Più piatta d’una tavola è l’afa,<br/>
Il firmamento è sommerso di ontano,<br/>
Alle stelle si addice ridere,<br/>
Ma l’universo è sordo e lontano.<br/>
<br/>
;PRIMAVERA (1918)<br/>
 
Io dalla strada, dove i pioppi sono sorpresi,<br/>
Dove la distanza teme e una casa è insicura,<br/>
Dove l’aria è azzurra, come l’involto dei panni<br/>
Di chi è uscito da una casa di cura.<br/>
 
Dove la sera è vuota, come un racconto sospeso,<br/>
Lasciato da una stella senza prosecuzione<br/>
Per lo stupore di mille occhi chiassosi,<br/>
Senza fondo e privi di espressione.<br/>
<br/>
;IN OGNI COSA (1956)<br/>
 
In ogni cosa io voglio arrivare<br/>
Alla parte essenziale.<br/>
Nel lavoro, nella strada da fare,<br/>
Nel cruccio che il cuore assale.<br/>
 
All’essenza dei passati momenti,<br/>
Alle ragioni primiere,<br/>
Al midollo, fino ai fondamenti,<br/>
Alle radici più vere.<br/>
 
Senza sosta il filo percepire<br/>
Degli eventi e dei fati,<br/>
Vivere, pensare, amare, sentire,<br/>
Gioire d’incontri svelati.<br/>
 
Oh, se io soltanto potessi,<br/>
Anche se solo per metà,<br/>
Scriverei almeno otto versi<br/>
Sulla passione, in profondità.<br/>
 
Sui peccati, sulle violazioni,<br/>
Corse, inseguimenti vani,<br/>
Sorprese e impreviste azioni,<br/>
Sui gomiti, sulle mani.<br/>
 
Tutte le sue leggi stabilirei,<br/>
I suoi principi capitali,<br/>
E dei suoi nomi ripeterei<br/>
Le loro iniziali.<br/>
 
Pianterei i versi come giardini.<br/>
Con ansia e tremore<br/>
In fila e tra loro vicini –<br/>
In essi i tigli in fiore.<br/>
 
Nei versi metterei respiri di rose,<br/>
E respiri di ginestra,<br/>
Prati, fieno, notti rugiadose,<br/>
E i rombi della tempesta.<br/>
 
Così Chopin una volta ha messo<br/>
Nei suoi studi-portento<br/>
Di boschi e tombe l’alito sommesso,<br/>
I sospiri del vento.<br/>
Della vittoria così conquistata<br/>
Gioco e tormento indifeso –<br/>
La corda fortemente tirata<br/>
Dell’arco teso.<br/>
<br/>
;NESSUNO SARÀ IN CASA (1931)<br/>
 
Nessuno sarà in casa,<br/>
Tranne la fioca luce,<br/>
Un giorno d’inverno,<br/>
Dalle tende socchiuse.<br/>
Soltanto delle zolle bianche<br/>
Rapido balenò il volano.<br/>
Soltanto tetti, neve e<br/>
Qualcuno cercherai invano.<br/>
E di nuovo la brina farà ricami,<br/>
E mi prenderà lo sconforto<br/>
Dei fatti di un altro inverno<br/>
E dell’anno trascorso.<br/>
E di nuovo mi crucceranno<br/>
Per una colpa ancora non tolta,<br/>
E la fame del legno attanaglierà<br/>
La finestra fino alla volta.<br/>
Ma all’improvviso con un brivido<br/>
Dalla porta irruzione farai.<br/>
Coi passi il silenzio misurando,<br/>
Tu, come il futuro, entrerai.<br/>
Ti vedrò sulla soglia,<br/>
Senza fronzoli vestita di bianco,<br/>
Di qualcosa proprio dei tessuti<br/>
Da cui i fiocchi si fanno.<br/>
<br/>
;I RONDONI (1915)<br/>
 
Non hanno forza i rondoni serali<br/>
Per fermare l’azzurra frescura,<br/>
Che ha lasciato i petti chiassosi<br/>
E si versa, senza traccia che dura.<br/>
E non hanno i rondoni alcunché,<br/>
Perché sia trattenuto lassù<br/>
Il loro grido eloquente: vittoria,<br/>
Guardate, la terra non c’è più!<br/>
E bollendo come bianca sorgente,<br/>
Si allontana l’umido iracondo, –<br/>
Guardate, non c’è posto per la terra<br/>
Dai lembi dei cieli al dirupo più fondo.<br/>
<br/>
;ANCHE OGGI (1917)<br/>
 
Anche oggi mia sorella la vita in piena<br/>
S’è infranta su tutti come pioggia di primavera,<br/>
Ma la gente coi ciondolini è assai burbera<br/>
E con grazia morde, come serpe nell’avena.<br/>
I più anziani in questo hanno i loro argomenti.<br/>
Senz’altro, la tua argomentazione è strana,<br/>
Che nel temporale gli occhi e le zolle siano lilla<br/>
E l’orizzonte profumi d’umida genziana.<br/>
Che a maggio, quando l’orario dei treni,<br/>
Passando per Kamyshin, leggi nel coupé,<br/>
Esso sia più grandioso della sacra scrittura<br/>
E dei neri di polvere e tempeste canapè.<br/>
Che appena il freno s’imbatterà, latrando,<br/>
In pacifici coloni in una remota vigna,<br/>
Dai giacigli guardino se sia la mia stazione,<br/>
E il sole, tramontando, mi compatisca.<br/>
E con incessanti scuse: mi dispiace, non è qui,<br/>
Sciabordata nella terza, prende il largo la campanella.<br/>
Sotto la tendina si sente la notte che brucia<br/>
E si frange la steppa dai gradini a una stella.<br/>
Ammiccando, ma dormono chissà dove placidi,<br/>
E come fata morgana dorme anche la diletta,<br/>
Mentre il cuore, guazzando qua e là,<br/>
Gli sportelli del vagone nella steppa getta.<br/>
<br/>
;BOSCO AUTUNNALE (1956)<br/>
 
Il bosco autunnale s’è chiomato.<br/>
In esso ombra, sonno e quiete.<br/>
Scoiattolo, picchio e civetta,<br/>
Dal suo sonno non lo desterete.<br/>
E il sole per i viottoli autunnali<br/>
Entrando in esso a fine giornata,<br/>
Intorno sbircia con apprensione,<br/>
Se non ci sia una tagliola celata.<br/>
In esso pantani, tremule e gibbosità,<br/>
E muschi e macchie d’ontano,<br/>
E là, oltre il terreno fangoso,<br/>
Cantano i galli da lontano.<br/>
Un gallo il suo grido strombazzerà,<br/>
Poi di nuovo una lunga interruzione,<br/>
Come fosse intento a meditare<br/>
Che senso abbia quella intonazione.<br/>
Ma in un cantuccio remoto<br/>
Un vicino prenderà a chicchiriare.<br/>
Come sentinella nella garitta,<br/>
Il gallo la sua risposta vuole dare.<br/>
Essa risonerà come un’eco,<br/>
Ed ecco che insieme tutti i galli,<br/>
Segneranno con la gola come biffa,<br/>
I quattro punti cardinali.<br/>
Dopo l’appello del gallo<br/>
Si aprirà il bosco alle estremità,<br/>
E i campi, la distanza e il blu dei cieli<br/>
Come fossero cosa nuova esso rivedrà.<br/>
<br/>
;COME CENERE (1912)<br/>
 
Come cenere bronzea di braciere,<br/>
Il giardino assonnato sparge calabroni.<br/>
Al livello mio e della mia candela<br/>
I mondi fiorenti penzoloni.<br/>
 
E, come in una fede inaudita,<br/>
In questa notte poter passare,<br/>
Dove la betulla tarlata-grigia<br/>
Ha coperto il confine lunare,<br/>
Dove lo stagno è un segreto svelato,<br/>
Dove sussurra la risacca del melo,<br/>
Dove il giardino su palafitte è posato<br/>
E regge davanti a sé il cielo.<br/>
<br/>
;ESSERE FAMOSI (1956)<br/>
 
Essere famosi non è bello.<br/>
Non questo può sollevare.<br/>
Non serve tenere archivi,<br/>
Sui manoscritti sospirare.<br/>
Scopo del comporre è la dedizione,<br/>
Non il clamore, non il vanto.<br/>
E’ indegno, non significa niente,<br/>
Che di noi, tutti parlino tanto.<br/>
Ma vivere senza impostura,<br/>
Vivere per trarre a sé infine<br/>
Tutto l’amore dello spazio,<br/>
Sentire l’appello dell’avvenire.<br/>
E lasciare i punti in bianco<br/>
Nella sorte, non tra le carte,<br/>
Luoghi e capitoli della vita<br/>
Sottolineare a parte.<br/>
 
E immergersi nell’incognito,<br/>
Celare i propri passi in esso,<br/>
Come fa un luogo nella nebbia,<br/>
Quand’è immerso in un buio pesto.<br/>
 
Altri dietro le vive impronte<br/>
Seguiranno la via da te seguita,<br/>
Ma non tu devi distinguere<br/>
La vittoria dalla sconfitta subita.<br/>
E non devi neanche di un’inezia<br/>
Rinunciare al tuo onore,<br/>
Ma essere vivo, vivo sempre<br/>
E soltanto, fino alle ultime ore.<br/>
<br/>
;MUSICA (1956)<br/>
 
La casa si ergeva come torre.<br/>
Su per la stretta scala<br/>
Portavano il pianoforte due forzuti,<br/>
Come sul campanile una campana.<br/>
Trascinavano in alto il pianoforte<br/>
Sulla vastità del mare urbano,<br/>
Come le tavole dei comandamenti<br/>
Su un pietroso altipiano.<br/>
Ed ecco nel salotto lo strumento,<br/>
E la città nel sibilo, nel chiasso,<br/>
Come sott’acqua al fondo dei miti,<br/>
E’ rimasta sotto i piedi in basso.<br/>
L’inquilino del sesto piano<br/>
Guardò la terra dal balcone,<br/>
Come reggendola sulle mani<br/>
E dominandola a buon ragione.<br/>
Tornato dentro egli attaccò<br/>
Non un pezzo di chiunque altro,<br/>
Ma un’idea propria, un corale,<br/>
Un brusìo di messa, un boschivo canto.<br/>
Lo scroscio degli improvvisi portava<br/>
La notte, la fiamma, le botti rombanti,<br/>
La vita della strada, le ruote stridenti,<br/>
La sorte di chi vive lungi dagli altri.<br/>
Così di notte, al lume di candela, in cambio<br/>
Del semplice candore del passato,<br/>
Il suo sogno annotava Chopin<br/>
Sul nero leggìo di legno intagliato.<br/>
Oppure, oltrepassato il mondo<br/>
Di quattro generazioni, era<br/>
Sui tetti delle case cittadine –<br/>
Il volo delle valchirie come bufera.<br/>
O la sala del conservatorio<br/>
In una baraonda pazzesca<br/>
Fino al pianto Čajkovskij agitava<br/>
Col destino di Paolo e Francesca.<br/>
<br/>
; NEGLI ANNI (1931)<br/>
 
Negli anni un giorno o l’altro in un concerto<br/>
Mi soneranno Brahms, – proverò la nostalgia.<br/>
Trasalirò, ricorderò l’unione di sei cuori,<br/>
I passeggi, i bagni, l’aiola di casa mia.<br/>
La fronte dritta della pittrice, timida come sogno,<br/>
Con un sorriso mite, un beato sorriso,<br/>
Un sorriso immenso e chiaro, come globo,<br/>
Il sorriso della pittrice, la fronte e il viso.<br/>
Mi soneranno Brahms, – mi abbandonerò,<br/>
Ricorderò l’acquisto di provviste e grano,<br/>
I gradini del terrazzo e l’arredo delle stanze,<br/>
Mio fratello, mio figlio, l’aiola, l’ontano.<br/>
La pittrice macchiava l’erba coi colori,<br/>
Le cadeva la tavolozza, metteva nelle tasche<br/>
Gli arnesi da disegno e i pacchetti di veleno,<br/>
Che si chiamano «Basma» e promettono l’asma.<br/>
Mi soneranno Brahms, – mi abbandonerò,<br/>
Ricorderò l’ostinata sterpaglia, l’ingresso e il tetto,<br/>
Il balcone semioscuro e il vivaio delle stanze,<br/>
Il sorriso, le ciglia, la bocca e l’aspetto.<br/>
E di colpo avrò gli occhi umidi di pianto<br/>
E sarò zuppo prima ancora d’essermi sfogato.<br/>
Dalle fessure usciranno i dintorni, i volti,<br/>
Gli amici, la famiglia, l’amaro passato.<br/>
E cinto il canto, come si cinge un albero,<br/>
Formeranno un cerchio sul prato intermezzo,<br/>
Come ombre, quattro famiglie gireranno<br/>
Con un puro, come l’infanzia, motivo tedesco.<br/>
<br/>
;FEBBRAIO (1912)<br/>
 
Febbraio. Prender l'inchiostro e piangere!<br/>
sentire, amare, vivere, pensare<br/>
effettuare scoperte.<br/>
<br/>
;POESIA (1922)<br/>
 
Poesia, io giurerò su di te<br/>
E finirò dopo aver perso la voce.<br/>
Non sei un portamento eloquente e bello<br/>
Ma sei l’estate in un posto di terza classe,<br/>
Tu sei un sobborgo e non un ritornello.<br/>
Tu – afosa come via Jamskaja a maggio,<br/>
La ridotta a Shevardino di notte,<br/>
Dove le nuvole emettono lamenti<br/>
E separatamente vanno a frotte.<br/>
E nell’intreccio dei binari duplicandosi, –<br/>
Un sobborgo e non un ritornello –<br/>
Strisciano dalle stazioni verso casa<br/>
Non con un canto, ma con sconcerto.<br/>
Le gemme della pioggia affondano in grappoli<br/>
E a lungo a lungo fino a prima mattina<br/>
Abborracciano dai tetti il loro acrostico,<br/>
Mettendo le bollicine in rima.<br/>
Poesia, quando sotto il rubinetto c’è un truismo,<br/>
Vuoto come lo zinco del secchio, nulla più,<br/>
Anche allora il getto è lo stesso,<br/>
Il quaderno è aperto, – scorri giù!<br/>
{{Div col end}}
 
 
 
{{Avanzamento|100%|1314 luglio 2020}}
[[Categoria:Boris Pasternak e gli scrittori israeliani|Appendice 2]]
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