Ebrei e Gentili/Universalista: differenze tra le versioni

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Nel quinto passo Maimonide insegna che la crudeltà e la sfrontatezza non sono frequenti eccetto tra i non-ebrei incirconcisi. Se lo prendiamo alla lettera, egli esenta tutti i mussulmani da questa accusa. Se non lo prendiamo alla legttera, allora egli no fa una distinzione letterale tra ebrei e non-ebrei. E in questo passo, da chi Maimonide impara il giusto comportamento? Da Giobbe, un non-ebreo!<ref>Secondo Maimonide, Giobbe non era ebreo. Si veda il testo citato di seguito dall’''Epistola allo Yemen''. È interessante notare che in ''Guida'' iii.22 Maimonide afferma che Giobbe non era affatto una figura storica e tutta la sua storia è una parabola.</ref> Maimonide continua insegnando che "la progenie di nostro padre Abramo, tuttavia, cioè gli Israeliti, su cui il Santo, che sia benedetto, concesse il favore della Torah e diede loro statuti e giudizi, sono un popolo misericordioso che anno compassione per tutti." Esaminiamo attentamente questa frase. Una traduzione letterale sarebbe la seguente: "Ma la progenie di Abramo nostro padre, che è quell'Israele su cui il Santo, che sia benedetto, emanò il dono della Torah e comandò giusti statuti e giudizi, ha misericordia per tutti". In questo caso Maimonide esplicitamente distingue coloro a cui è stata data la Torah da tutti coloro che sono il "seme di Abramo". La seconda proposizione della frase può essere letta in molti modi. Uno di tali modi sarebbe di leggerla come se Maimonide dicesse semplicemente che gli Israeliti hanno compassione di tutti. Un secondo modo di leggerla sarebbe che la Torah, che include giisti statuti e giudizi, conduce i suoi aderenti ad un comportamento compassionevole. Nel contesto del carattere chiaramente persuasivo e prescrittivo di tutto il paragrafo (Maimonide cerca di allontanare i suoi lettori da un comportamento tecnicamente ammissibile, cioè quello di far lavorare con rigore gli schiavi pagani), penso che la seconda interpretazione sia più ragionevole.<ref>Su questo brano, si veda Wurzburger, ''Ethics of Responsibility'', 23: "Maimonide sottolineava che il senso di misericordia e compassione nonché la risultante avversione per la crudeltà che sono caratteristiche degli ebrei possono essere rintracciate nell'impatto degli insegnamenti della Torah e di varie esperienze religiose che hanno generato questi tratti caratteristici."</ref>
 
[[File:Shilat6.JPG|right|150px|thumb|Rabbi [[:en:w:Yitzchak Sheilat|Yitzchak Sheilat]]]]
Chiaramente, interpreto questi paragrafi in maniera tendenziosa, ma non più tendenziosa di quanto non facciano coloro che vogliono usarli come prova che Maimonide sostenesse che gli ebrei erano gentili, compassionevoli, ecc., mentre i non-ebrei no. Date le letture qui offerte, nessuna delle quali è errata rispetto all'ebraico e nessuna delle quali richiede di estrarre brani isolati dal loro contesto, sembra opportuno dire che essi non rappresentano istanze contrarie alla posizione generalmente universalista di Maimonide, secondo cui ciò che distingue gli ebrei dai non ebrei è la Torah, e null'altro di inerente, innato, metafisico, ontologico, o in nessun modo essenzialista.
 
C'è un passo nell’''Epistola allo Yemen'' di Maimonide che è stato addotto come prova che (come Halevi, sebbene per ragioni differenti) egli sostenesse che la profezia fosse disponibile solo agli ebrei. In un saggio erudito e approfondito, Rabbi '''[[:en:w:Yitzchak Sheilat|Yitzchak Sheilat]]''', rinomato traduttore in ebraico moderno di molti scritti di Maimonide, sostiene che Maimonide affermasse che in teoria la profezia fosse aperta a tutti, ma in pratica (almeno dal tempo di Mosè)<ref>Sheilat, "Uniqueness of Israel", 281, dice che Maimonide adotta la posizione presente nel Talmud (''BB'' 15''b'') che Mosè chiese a Dio di non permettere che i non-ebrei profetizzassero.</ref> si trovasse solo tra gli ebrei, poiché Dio miracolosamente nega la profezia ai non-ebrei comunque qualificati. Rabbi Sheilat arriva a tale conclusione (per me inaccettabile)<ref>Se non altro perché chiede a Dio di fare miracoli altrimenti non necessari. R. Sheila non fornisce nessuna prova che Maimonide effettivamente sostenesse tale opinione.</ref> seguendo un testo nell’''Epistola allo Yemen'' che egli interpreta come provasse che Maimonide affermi che la profezia sia impossibile per i non ebrei.<ref>Ad esser sinceri, credo che R. Sheilat arrivasse ad adottare questa interpretazione a causa di una precedente convinzione che Maimonide ''dovesse'' essere più affine a Halevi di quanto normalmente non si pensi lo sia.</ref> Il brano in questione dice:
[[File:Shilat6.JPG|right|150px|thumb|Rabbi [[:en:w:Yitzchak Sheilat|Yitzchak Sheilat]]]]
{{q|Per poter comprendere il versetto in questione inequivocabilmente: "Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me" [Deut. 18:15], è necessario accertare il suo contesto... [A differenza dei gentili] tu arriverai ad una preconoscenza del futuro da lui [vero profeta come Mosè], senza far ricorso ad augure, divinazione, astrologia, e simili... Inoltre, Egli trasmette un'altra nozione, vale a dire che in aggiunta ad essere vicino a voi e a vivere in mezzo a voi, egli sarà anche uno di voi, un Israelita. La deduzione ovvia è che voi vi distinguerete da tutti gli altri per il solo possesso della profezia. Le parole "pari a me" furono aggiunte specificamente ad indicare che solo i discendenti di Giacobbe sono indicati... La nostra incredulità nelle profezie di Omar e di Zeid non è dovuta al fatto che essi non sono ebrei, come si immaginano le persone non erudite, e di conseguenza a ciò sono costrette ad stabilire la loro posizione dalla frase biblica "fra i tuoi fratelli". Poiché Giobbe, Zophar, Bildad, Eliphaz ed Elihu sono tutti considerati profeti da noi sebbene non isano Israeliti.... Ma noi diamo credito ad un profeta o non lo crediamo a causa di ciò che predica, non a causa della sua discendenza, come spiegherò.<ref>Cito la traduzione in Halkin e Hartman, ''Epistles of Maimonides'', 110-11. Per la fonte giudeo-araba e la traduzione in ebraico moderno, si veda Maimonides, ''Lettere'', trad. Sheilat, i, 135-6.</ref>}}
C'è un passo nell’''Epistola allo Yemen'' di Maimonide che è stato addotto come prova che (come Halevi, sebbene per ragioni differenti) egli sostenesse che la profezia fosse disponibile solo agli ebrei. In un saggio erudito e approfondito, Rabbi [[:en:w:Yitzchak Sheilat|Yitzchak Sheilat]], rinomato traduttore in ebraico moderno di molti scritti di Maimonide, sostiene che Maimonide affermasse che in teoria la profezia fosse aperta a tutti, ma in pratica (almeno dal tempo di Mosè)<ref>Sheilat, "Uniqueness of Israel", 281, dice che Maimonide adotta la posizione presente nel Talmud (''BB'' 15''b'') che Mosè chiese a Dio di non permettere che i non-ebrei profetizzassero.</ref> si trovasse solo tra gli ebrei, poiché Dio miracolosamente nega la profezia ai non-ebrei comunque qualificati. Rabbi Sheilat arriva a tale conclusione (per me inaccettabile)<ref>Se non altro perché chiede a Dio di fare miracoli altrimenti non necessari. R. Sheila non fornisce nessuna prova che Maimonide effettivamente sostenesse tale opinione.</ref> seguendo un testo nell’''Epistola allo Yemen'' che egli interpreta come provasse che Maimonide affermi che la profezia sia impossibile per i non ebrei.<ref>Ad esser sinceri, credo che R. Sheilat arrivasse ad adottare questa interpretazione a causa di una precedente convinzione che Maimonide ''dovesse'' essere più affine a Halevi di quanto normalmente non si pensi lo sia.</ref> Il brano in questione dice:
Rabbi Sheilat dà molta importanza all'espressione: "voi vi distinguerete da tutti gli altri per il solo possesso della profezia". È a causa di questa frase che egli reputa necessario trovare un modo per sostenere che Maimonide affermi che i non-ebrei possono profetizzare in linea di principio, ma mai in pratica. Non voglio coinvolgermi in una discussione filologica se le parole di Maimonide siano meglio tradotte come ''supra''. Posso concedere a Rabbi Sheilat che lo siano. Ma qualunque cosa Maimonide intenda qui,<ref>Lenn Evan Goodman suggerisce in merito quanto segue: "Il punto della distinzione dai Gentili qui è che essi, per questioni di cultura, si basano sulla divinazione, mentre gli ebrei, per questioni di ''mitzvah'' [comandamento] no. Il Rambam pone la glossa "tra di voi" e "come me stesso" quale riferimento a questa differenza culturale. Lo fa precisamente per escludere interpretazioni etnocentriche del brano, poiché ha un'importanza halakhica (sul trattamento di futuri assertori di profezie) e un'importanza politica per la situazione immediata dei suoi contemporanei, la situazione che ha causato la loro richiesta." ("Jewish and Islamic Philosophy of Language", in Marcelo Dascal et al., curr., ''Philosophy of Language'', vol. i, Walter de Gruyter, 1992).</ref> fa meraviglia pensare che egli ci dica che solo gli ebrei possono profetizzare e poi, qualche riga dopo, affermi esplicitamente che i non-ebrei possono profetizzare.<ref>L'intera discussione viene svolta al tempo presente; perché la posizione di R. Sheilat abbia senso, tutta la discussione dovrebbe riferirsi al periodo pre-mosaico.</ref> In effetti, proprio alla pagina successiva dell’''Epistola allo Yemen'', Maimonide scrive:
{{q|Per poter comprendere il versetto in questione inequivocabilmente: "Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me" [Deut. 18:15], è necessari accertare il suo contesto... [A differenza dei gentili] tu arriverai ad una preconoscenza del futuro da lui [vero profeta come Mosè], senza far ricorso ad augure, divinazione, astrologia, e simili...}}
{{q|Ora, se un profeta ebreo o gentile raccomanda ed incoraggia la gente a seguirte la religione di Mosè senza aggiungervi o toglierci, come Isaia, Geremia e gli altri, noi gli richiediamo un miracolo. Se lo fa allora lo riconosciamo e gli concediamo l'onore dovuto al profeta, ma se se non riesce a farlo, allora lo si mette a morte.<ref>Traduzione {{en}} citata da Halkin e Hartman, ''Epistles of Maimonides'', 113.</ref>}}
Maimonide qui ammette esplicitamente la possibilità di profezia non-ebraica dopo Mosè. L'interpretazione di Rabbi Sheilat, pare alquanto chiaro, non è tenibile.
 
 
 
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