Differenze tra le versioni di "Non c'è alcun altro/Dio Cambia"

 
Improvvisamente l'umore cambia. Il poeta si ricorda che Dio siede sul trono della misericordia. Tutto non è perduto — c'è speranza. Formula tale speranza in uno sfogo liturgico, una protesta, rivolta dalla congregazione al cantore: "Ma pentimento, preghiera e azioni di rettitudine evitano un decreto severo."
 
Il poeta ci fa ricordare al cantore ciò che aveva scritto all'inizio. Dio sta ora seduto sul trono della misericordia, non su quello della giustizia. Pertanto il nostro fato non è predeterminato. Ci è stata concessa una tregua, una proroga, una via di scampo, un modo di evitare la nostra sentenza, facendo semplicemente le cose comuni che ci si aspetta gli ebrei debbano fare quotidianamente nel corso di tutta la vita: pentirsi, pregare ed essere retti. Non è il giudizio finale, dopotutto, perché ogni giorno è un giorno del giudizio e ogni giorno ci vengono dati modi di redimerci davanti a Dio. Questo è forse l'affermazione più significativa del poema nel suo complesso. Nientemeno che una convalida della vita quotidiana dell'ebreo qui ed ora.
 
Il poema poi finisce con una giustificazione teologica della misericordia di Dio:
{{q|Sei lento all'ira e pronto a perdonare. Tu non desideri la morte del malvagio ma che ci riscattiamo dalla nostra cattiveria e viviamo. Anche fino al giorno della nostra morte, Tu ci attendi, forse ci pentiremo, e Tu ci riceverai immediatamente. La nostra origine è polvere e nella polvere ritorneremo. Ci guadagniamo il pane al rischio della vita. Siamo come un coccio fragile, come l'erba che appassisce, come il fiore che sbiadisce, come un'ombra che sparisce, come una nuvola che passa, come il vento che soffia, come un granello di polvere e come un sogno che svanisce. Ma Tu sei sempre il nostro Dio vivente e sovrano!}}
L'eco del Salmo {{passo biblico|Salmi|103:14}}, citato precedentemente, è qui inconfondibile. Dio deve perdonare perché Egli soprattutto sa cosa significhi essere umani e vivere da umani. Dio non solo conosce la nostra fragilità e la nostra vulnerabilità, ma è anche responsabile di come siamo perché Egli ci ha creato così. Dio deve allora concederci un modo di sfuggire al nostro verdetto.
 
Da notare anche la trasformazione delle metafore "giudiziarie" di Dio. Dio non è più il giudice, il prosecutore, testimone, ufficiale e cancelliere. Ora Dio diventa anche avvocato difensore, che dibatte per conto nostro nell'aula celeste — in verità, davanti a Dio stesso che è giudice ultimo e supremo. Il Dio che è l'ensemble di tutte le memorie deve anche ricordarsi della rettitudine dei nostri antenati, il cui merito si accumula a nostro favore. Questa intera trasformazione avviene nell'ambito di circa quaranta versi del poema.
 
==Cambiare le metafore==
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