Differenze tra le versioni di "Non c'è alcun altro/Dio è Antipatico"

 
==Dio è morto==
Una reazione all'Olocausto molto più radicale è quella di [[w:Richard Rubenstein|Richard Rubenstein]]. Educatore di religione e prolifico scrittore importante nell'ambito dell'ebraismo e della comunità ebraica statunitense, noto soprattutto per i suoi contributi alla [[w:teologia dell'Olocausto|teologia dell'Olocausto]], Rubenstein adotta una frase presa dalla teologia cristiana e propone che ad [[w:Campo di concentramento di Auschwitz|Auschwitz]], Dio morì.
{{q|Nessuno può veramente dire che Dio è morto. Come possiamo saperlo? Cionondimeno, sono costretto a dire che viviamo nel tempo della "morte di Dio". Questo è più un'asserzione sull'essere umano e la sua cultura, che su Dio. La morte di Dio è un fatto culturale... Quando dico che viviamo nel tempo della morte di Dio, intendo che il filo che unisce Dio e essere umano. cielo e terra, si è spezzato. Ci ritroviamo in un cosmo freddo, silenzioso, insensibile, senza l'aiuto di alcun potere propositivo di là delle nostre risorse proprie. Dopo Auschwitz, che altro può un ebreo dire di Dio?<ref>Richard Rubenstein, in ''The Condition of Jewish Belief'', curato dagli editori di ''Commentary'', Macmillan, 1966, 199 e ''passim''.</ref>}}
Rubenstein fa quel passo che i salmisti si rifiutarono di fare: pronuncia defunto l'intero sistema di fede ebraica. Da notare che Rubenstein non è in grado di affermare che Dio è morto. Come si fa a saperlo? Piuttosto, ciò che è morto è il sistema metaforico ebraico. In poche parole, non funziona più. Rubenstein rifiuta sia l'onnipotenza di Dio sia la rettitudine di Dio — l'intero pacchetto. In effetti, Rubenstein capovolge il tema tradizionale della punizione. Invece di Dio che ci punisce per i nostri peccati, noi puniamo Dio.
 
Non ci sorprende che la risoluzione di Rubenstein sia stata ricusata dagli ebrei più impegnati. È ovviamente troppo radicale, troppo distaccata dal pensiero normativo ebraico. La nozione che Dio possa morire è una dimensione intrinseca al pensiero cristiano, ma funziona come risposta ebraica alla tragedia, alla ''Shoah''?<ref>In lingua ebraica: שואה, ''Shoah'', "catastrofe", "distruzione" — termine più correttamente usato dagli ebrei per indicare l'Olocausto. Lo storico [[w:Saul Friedländer|Saul Friedländer]] in ''Gli anni dello sterminio. La Germania nazista e gli ebrei (1939-1945)'', p. 471, denomina "Shoah" la parte terza della sua opera in cui narra lo sterminio nel periodo estate 1942-primavera 1945.</ref> Il concetto che noi possiamo portare Dio in tribunale per come ha trattato gli esseri umani, che Dio possa essere dichiarato colpevole e che si debba pentire dei Suoi misfatti – tutte estensioni dell'accusa di Greenberg che Dio sia un Dio del "momento" – è ben noto. Ricordiamoci della storia del maestro [[w:Chassidismo|chassidico]] che inizia il servizio di [[w:Yom Kippur|Yom Kippur]] rivolgendosi a Dio:
{{q|Dio, sappiamo di aver peccato e che in questo giorno ci hai comandato di pentirci dei nostri peccati. Ma anche Tu, o Dio, hai peccato. Mettiamoci quindi d'accordo: se Tu ti penti dei Tuoi peccati, noi ci pentiremo dei nostri.<ref>[[w:Joseph Dan|Joseph Dan]], "Hasidism: Teachings and Literature", articolo in ''The YIVO Encyclopedia of Jews in Eastern Europe''. Vedi anche [[w:Louis Jacobs|Louis Jacobs]], ''Basic Ideas of Hasidism'', in "Hasidism", ''Encyclopaedia Judaica'', 2007. Volume 8, 408.</ref>}}
Abbiamo affermato continuamente che il capolinea dello sviluppo teologico sta nella liturgia. I testi liturgici che usiamo quotidianamente ci spingono a determinare dove andiamo e chi siamo teologicammente. Gli studiosi possono sì discutere la nozione della colpevolezza di Dio, ma tale discussione rimane astratta finché non entra nel libro di preghiere. Questo passo finale è stato adottato da David R. Blumenthal nel suo libro ''Facing the Abusing God: A Theology of Protest''<ref>David R. Blumenthal, ''Facing the Abusing God: A Theology of Protest (Confrontando un Dio abusivo: una teologia della protesta)'', Westminster/John KnoxPress, 1993, 290-291.</ref> Questo è uno studio ampio e rigorosodi quelle che abbiamo chiamato metafore "invise" di Dio, ma proprio alla fine Blumenthal suggerisce di incorporare la protesta contro Dio nella nostra liturgia. Abbiamo prima fatto riferimento alla preghiera ''Avinu Malkenu'' nel servizio tradizionale delle Grandi Festività, che inizia "Padre nostro, nostro Re, abbiamo peccato davanti a Te". Blumenthal poi inserisce: "Padre nostro, nostro Re, Tu hai peccato contro di noi". La preghiera tradizionale quindi continua: "Padre nostro, nostro Re, non abbiamo altro Re all'infuori di Te." Blumenthal aggiunge: "Padre nostro, nostro Re, Tu non hai altro popolo speciale all'infuori di noi."
 
Quanti di noi si sentirebbero a proprio agio recitando questa preghiera durante lo Yom Kippur? Tale riluttanza è la più grande testimonianza del potere e della persistenza delle risposte tradizionali alla sofferenza. Rimaniamo quindi con tutte quelle tensioni che abbiamo riportato ''supra''. Ma siamo anche lasciati con un senso di gratitudine verso i nostri antenati che sono stati sufficientemente onesti da includere questi testi problematici nella nostra letteratura tradizionale. La loro franchezza ci permette di essere onesti quanto loro nell'esprimere il nostro disagio per il modo in cui Dio ci ha trattato.
 
==Note==
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