Differenze tra le versioni di "Non c'è alcun altro/Dio è Antipatico"

Tre questioni non mancano mai di preoccuparmi ogni volta che riapro e leggo questo libro impossibile. Prima questione: a Giobbe non viene mai detto perché soffra. I lettori, che lo hanno capito dal primo capitolo che descrive la sfida di Satana, sanno il perché, ma Giobbe non lo scopre mai. Ad Abramo, alla fine della storia del sacrificio di Isacco (Genesi {{passo biblico|Genesi|22}}), viene detto che era tutta una messa in prova della sua fedeltà. A Giobbe invece non viene mai data una spiegazione. Mi viene a volte una fantasia dove cerco di immaginare cosa sarebbe successo se Giobbe e Abramo si fossero incontrati e condiviso le proprie rispettive esperienze, sorseggiando una tazza di caffè seduti su una panchina lungo la strada. Che si sarebbero detti? Non riesco ad oltrepassare l'immagine della faccia di Giobbe quando Abramo gli dice che, alla fine, gli fu detto che Dio stava mettendo alla prova la sua fede. "Almeno tu sai perché ti sia successo così. Io non l'ho mai saputo!" avrebbe detto Giobbe. D'altra parte, sono anche contento che non l'abbia mai saputo. Come avrebbe reagito Giobbe venendo a sapere che le sue sofferenze erano state prodotte per far vincere una scommessa di Dio con Satana?
 
Seconda questione: nel passo {{passo biblico|Giobbe|42:7}} Dio esplicitamente rifiuta la teologia dei consolatori che la sofferenza di Giobbe fosse una punizione di peccati; in verità, Dio dice a Giobbe che se questilui intercede per loro, Dio li perdonerà. Ma questaquesto è un ripudio totale della spiegazione normativa che la Torah dà per la sofferenza umana. L'autore biblico ha proprio un bel coraggio, una vera audacia teologica! Tuttavia, coloro che canonizzarono il Libro di Giobbe includendolo nella Bibbia non furono disturbati da questa inversione apparentemente eretica. Dando un'interpretazione positiva a tale conclusione, da essa impariamo che è legittimo anche per noi moderni rifiutare antiche dottine ebraiche quando non ci sembrano più accettabili.<ref>Per questa sezione si veda Richard Rubenstein, in ''The Condition of Jewish Belief'', compilato dai curatori di ''Commentary Magazine'', Macmillan, 1966, 199-209.</ref>
 
Infine, e più dolorosamente. mentre nei Salmi 13 e 44 rimaniamo a chiederci perché Dio sia così trascurato, qui nel Libro di Giobbe abbiamo un indizio per le motivazioni di Dio: è stata semplicemente la vanità di Dio in reazione alla sfida di Satana. Dio considera la devozione di Giobbe come testimonianza della Sua potenza. Quando Satana mette in dubbio tale presupposto, Dio risponde: "Mettilo alla prova e vedrai che ha ragione." Non c'è da stupirci che Dio non voglia far conoscere a Giobbe tale motivazione, alla fine del libro.
 
Approfondiamo per un momento questa immagine di Dio. Veramente, quale che sia l'interpretazione del passo di chiusura succitato, cosa comporterebbe vivere in un mondo governato da questo tipo di Dio? Sarebbe come vivere in un mondo regolato da un sovrano, vanitoso, capriccioso, ma onnipotente, che si relaziona alle persone in modi totalmente imprevedibili e non sente nemmeno il bisogno di render conto del proprio comportamento. Non c'è traccia qui di un dualismo divino; Satana è chiaramente soggetto a Dio. Necessita del permesso di Dio per mettere alla prova Giobbe. Dio è indubbiamente il sovrano esclusivo del mondo, ma che Dio è questo? Se ricolleghiamo la decisione originale di Abramo di lasciare la sua terra natia col relativo paganesimo, alla motivazione di una visione di vita regolata da un Dio che promuove giustizia e rettitudine, allora Giobbe sembra sovvertire tale visione completamente. Ciò che impariamo però da questo libro – specie se accettiamo l'interpretazione alternativa dell'ultimo versetto nel discorso conclusivo di Giobbe – è che Dio accoglie le nostre contestazioni, persino la nostra empietà. Una lezione così non è da poco!
 
Rimane il fatto che solo un versetto dal Libro di Giobbe viene riportato nella liturgia successiva. Si recita: "Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore" ({{passo biblico|Giobbe|1:21}}) ad ogni inumazione ebraica. Tale dichiarazione non deve essere presa come un tentativo di giustificare o riscattare Dio, un modo di renderLo "simpatico". Non è un'affermazione teologica, né un'asserzione concettuale astratta sulla natura di Dio. È invece un'invocazione che viene dal cuore, un'affermazione della sovranità di Dio e del Suo potere assoluto sui nostri destini, esclamata proprio al momento quando siamo più tentati a mettere in dubbio tale principio. Le parole sono performative; sono una formulazione verbale dell'atto di inchinare la testa e accettare il giudizio di Dio, qualunque esso sia. E ciò è precisamente quello che fa Giobbe. Ecco perché continuiamo a recitare queste parole quando siamo in contatto con la morte.<ref>Si veda [[:en:w:Will Herberg|Will Herberg]], ''Judaism and Modern Man: An Interpretation of Jewish Religion'', Jewish Lights Publishing, 1997, 45-59 e ''passim''.</ref>
 
==Dio è etico?==
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