Differenze tra le versioni di "Torah per sempre/Joseph Dov Soloveitchik e la Torah a priori"

 
==L'Ermeneutica della "Torah"==
In Brisk, Berlino e Boston, Soloveitchik venne a contatto con tre culture molto differenti, ognuna delle quali, una volta assobita, rimase con lui per tutta la vita. Le sue opere halakhiche, filosofiche ed omiletiche, la sua oratoria quanto le sue opere letterarie, sono ricchi campi intertestuali in cui la tradizione rabbinica lituana con la sua intertestualità interna si intreccia con filosofia, scienza, cultura generale e storia ebraica presente e passata. [[w:Hans-Georg Gadamer|Hans-Georg Gadamer]] osservò: "La riflessione ermeneutica si limita ad aprire nuove possibilità di conoscenza che non verrebbero percepite senza di essa. Di per se stessa non offre criteri di verità."<ref>H.-G. Gadamer, ''Kleine Schriften'' iv.130, citato in Weinsheimer, ''Gadamer's Hermeneutics'', I.</ref> Soloveitchik usò la sua formazione filosofica tedesca quale chiave ermeneutica per capire la natura della Torah; che luce getta questo sul suo concetto di ''Torah min hashamayim''?
[[File:Hans Gadamer.png|120px|left|Hans-Georg Gadamer, ritratto]] Gadamer commenta sulle difficoltà provate da pensatori del diciannovesimo e primo ventesimo secolo di fronte alle certezze di un mondo precedente:
{{q|Come l'estraneità (''Fremdheit'') che l'età della meccanica ha provato verso la natura ed il mondo ha la sua espressione epistemologica nel concetto di autoconsapevolezza e nella regola di certezza sviluppata metodologicamente, di "percezione chiara e distinta", così anche le scienze umane del diciannovesimo secolo provarono una pari estraneità rispetto al mondo storico. Le creazioni spirituali del passato, l'arte e la storia, non appartengono più al dominio evidente del presente ma sono piuttosto oggetti lasciati alla ricerca, dati da cui un passato si concede di essere rappresentato.<ref>Gadamer, ''Warheit und Methode'' 4 (Tubinga: Mohr, 1975), 61, citato in Weinsheimer, ''Gadamer's Hermeneutics'', 4.</ref>}}
La frase importante qui è "estraneità rispetto al mondo storico". La "nuova scienza" di Soloveitchik – quella dell'Halakhah pura e autolegittimante – lo rende un "estraneo" nel mondo storico reale, cosicché il mondo dell'Halakhah ''si confronta'' col mondo dell'esperienza normale. Tuttavia Soloveitchik non abbandona il mondo alla ricerca, come "dati da cui un passato si concede di essere rappresentato", ma piuttosto afferma il suo "Uomo Halakhico" come un collegamento vitale tra il mondo in cui la storia è attuata e il mondo della religione trascendente.
 
I filosofi ebrei dell'antica Alesandria interpretavano la Torah come ''nomos'' (legge) ed i rabbini fecero progredire la nozione con la loro enfasi sull'Halakhah. Soloveitchik estende il processo all'estremo; ''ogni'' espressione della Torah è per lui un aspetto dell'Halakhah. Quando affronta il dibattito perenne del perché cose cattive accadano a gente buona, costruisce la sua risposta su una "semplice soluzione halakhica", che "la sofferenza viene ad esalater l'Uomo, a purificarlo e santificare il suo spirito".<ref>Soloveitchik, ''Kol dodi dofek'', 13.</ref> Classificare ciò come una affermazione halakhica per poi procedere ad interpretare Giobbe come manuale halakhico, vuol dire estendere il concetto di Halakhah fino ad un punto tale che non può più essere distinto dall'Aggadah.
 
Probabilmente è questo concetto esteso di Halakhah che aveva in mente quando scrisse le sue parole spesso citate:
{{q|... ...<ref>''Halakhic Man'', 19-20. "Quando l'uomo halakhico incontra una sorgente che ribolle..." riporta alla mente il pezzo di Buber "Io considero un albero..." (''Io e Tu'', ingl. ''I and Thou'', p. 7).</ref>}}
 
==Critica Storica==
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