Differenze tra le versioni di "Storia della letteratura italiana/Vittorio Alfieri"

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È una feroce critica alla Francia e alla rivoluzione, ma l'autore rivolge l'invettiva anche verso il quadro politico e sociale europeo, verso i molti tiranni antichi e recenti, che dominarono e continuavano a dominare l'Europa. Per Alfieri, «i francesi non possono essere liberi, ma potranno esserlo gli italiani», mitizzando così un'ipotetica Italia futura, «virtuosa, magnanima, libera ed una».<ref>{{cita libro|autore=Vittorio Alfieri|titolo=Misogallo|volume=parte I}}</ref>
 
Alfieri è quindi un controrivoluzionario e un aristocratico (anche se la "nobiltà" non è per lui "di nascita", prova ne sia il disprezzo per la sua stessa classe sociale, ma quella dell<nowiki>'</nowiki>''animo forte'', dotato del "forte sentire") anche se non si può certo definire un reazionario, essendo un uomo che esaltava sempre e solo il valore della libertà individuale, che ritenne potesse essere preservata dalla nuova Italia che sarebbe nata.<ref>Mario Rapisardi, ''[[s:L'ideale politico di Vittorio Alfieri|Mario Rapisardi, ''L'ideale politico di Vittorio Alfieri]]''</ref>
 
Alfieri fu contrario alla pubblicazione che fu fatta in Francia dei suoi trattati giovanili in cui esprimeva le sue idee anti-tiranniche in maniera decisa, lasciando trasparire anche un certo anticlericalismo, come il trattato ''Della tirannide''; tuttavia anche dopo la pubblicazione del ''Misogallo'' non ci fu in lui un rinnegamento di queste posizioni, quanto la scelta del male minore, ovvero il sostegno verso chiunque si opponesse al governo rivoluzionario, che lo faceva inorridire per lo spargimento di sangue del regime del Terrore - sia contro nobili e antirivoluzionari, che contro rivoluzionari non club dei giacobini (i girondini) - e per aver portato la guerra in Italia; secondo Mario Rapisardi<ref>M. Rapisardi, ''La religione di Vittorio Alfieri''</ref> egli, che non era anti-riformista (purché il rinnovamento venisse dall'alto, dal legislatore, e non dalla pressione e dalla violenza popolare), aveva paura di essere confuso con i "demagoghi francesi", che incitavano la "plebe". Così si espresse nel trattato sopracitato a proposito della religione cattolica, che egli giudica un mezzo di controllo sul popolo meno istruito (anche se, in fondo, dannoso anche per l'attitudine "da schiavo" che induce in esso), poco valido per un letterato o un filosofo<ref>''ibidem''</ref>: "Il Papa, la Inquisizione, il Purgatorio, il sacramento della Confessione, il Matrimonio indissolubile per Sacramento e il Celibato dei preti, sono queste le sei anella della sacra catena" e "un popolo che rimane cattolico deve necessariamente, per via del papa e della Inquisizione, divenire ignorantissimo, servissimo e stupidissimo".<ref>V. Alfieri, ''Della tirannide'', pag. 76 e seguenti</ref>