Differenze tra le versioni di "La religione greca/La religione greca nel periodo arcaico e classico/La ''Teogonia'' di Esiodo"

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Diversi studiosi hanno evidenziato inoltre le analogie, e quindi le influenze, che tale modello mitologico riceve dalle culture religiose e dai miti propri del Vicino Oriente antico e dell'Antico Egitto<ref>Il testo, fondamentale tutt'oggi, di queste ricerche è Francis MacDonald Cornford, ''Principium Sapientiae. The Origins of Greek Philosophical Thought'', Cambridge, Cambridge University Press, 1952, a cui si richiama, seppur con delle differenze nelle conclusioni, l'opera di Walter Burkert ''The Orientalizing Revolution. Near Eastern Influence on Greek Culture in the Early Archaic Age'', Cambridge (Massachusetts), Harvard University Press, 1992</ref>:
{{quote|Lo sviluppo della vita dell'universo viene presentata da Esiodo secondo l'idea (largamente diffusa nella mitologia comparata) dello scontro fra generazioni divine che si succedono nel dominio. Il mito da lui narrato rivela l'influenza di racconti sacri diffusi tra le culture del Vicino Oriente: l'opera in cui va identificato il più antico modello della ''Teogonia'' è un testo hittita redatto intorno al 1400 a.C. e derivato a sua volta da una più antica versione hurrita (forse del terzo millennio a.C.). Secondo questi racconti, il dio più antico fu Alalu, a cui seguì il dio del cielo Anu (corrispondente a Urano); suo figlio Kumarabi (corrispondente a Crono) lo evirò e prese il potere. In seguito nacque il dio delle tempeste, che Kumarabi voleva inghiottire per sventare ogni futuro pericolo; al suo posto però gli fu data una pietra. Infine il dio delle tempeste (una divinità legata ai fenomeni atmosferici, esatto corrispondente di Zeus) prese il potere e dovette poi lottare contro mostri e giganti che cercavano di spodestarlo. Il racconto di Esiodo s'ispira dunque a un antichissimo mito cosmogonico, che attraverso varie mediazioni giunse sino a lui e fu inglobato molto precocemente nel sistema mitologico greco.|Giulio Guidorizzi. ''Il mito greco'' vol.1 ''Gli dèi''. Milano, Mondadori, 2009, p.1167}}
 
===L'inno alle dee Muse===
La ''Teogonia'' di Esiodo, così come ambedue i poemi "omerici", si contraddistingue per un preciso ''incipit'' che richiama l'intervento di alcune dee indicate con il nome di "Muse" (Μοῦσαι, -ῶν).
 
{{q|Dalle Muse Eliconie cominciamo il canto,<br />loro che di Elicone possiedono il monte grande e divino|Esiodo, ''Teogonia'', 1-2. Traduzione di Graziano Arrighetti, in ''Opere''. Milano, Mondadori, 2007, p. 3|Μουσάων Ἑλικωνιάδων ἀρχώμεθ᾽ ἀείδειν,<br />αἵ θ᾽ Ἑλικῶνος ἔχουσιν ὄρος μέγα τε ζάθεόν τε|lingua=grc}}
 
Come nota Walter Friedrich Otto, le Muse sono divinità con delle caratteristiche uniche:
{{citazione|Le Muse hanno un posto altissimo, anzi unico, nella gerarchia divina. Son dette figlie di Zeus, nate da Mnemosine, la Dea della memoria; ma ciò non è tutto, ché ad esse, e ad esse soltanto, è riservato portare, come il padre stesso degli Dei, l'appellativo di olimpiche, appellativo col quale si solevano onorare sì gli Dei in genere, ma -almeno originariamente- nessun Dio in particolare, fatta appunto eccezione per Zeus e le Muse|Walter Friedrich Otto. ''Theophania''. Genova, Il Melangolo, 1996, p. 48}}
 
La loro origine è stata raccontata in un "inno" di Pindaro andato perduto, l<nowiki>'</nowiki>''Inno a Zeus'', ma ricostruibile per mezzo di una preghiera alle stesse redatta da Elio Aristide<ref>‘’Aristides ex recensione Guilielmi Dindorfii’’, Lipsiae, G. Reimer 1829, II, 142 Dind. (Karl Wilhelm Dindorf); citato anche in Walter Friedrich Otto, ''Le Muse e l'origine divina della parola e del canto'', Roma, Fazi, 2005, p. 31; nonché da David Bouvier in ''"Meme". Le peripezie della memoria greca'' in ''Storia Einaudi dei Greci e dei Romani'' vol. 6 ''La cultura dei Greci'' (a cura di Salvatore Settis). Torino, Einaudi, 2008, pp. 1131 e sgg., il quale ricorda anche un passaggio nella ''Piantagione di Noè'' (''De plantatione'') di Filone di Alessandria ai versi 172 e sgg. (Cfr. nella traduzione di Roberto Radice in Filone di Alessandria. ''Tutti i trattati del commentario allegorico alla Bibbia''. Bompiani, Milano, 2005, pp. 871 e sgg.).</ref> il quale ricorda come in occasione del suo matrimonio, Zeus domandò agli altri dèi quale fosse un loro desiderio non ancora esaudito e questi gli risposero chiedendo di generare delle divinità «capaci di celebrare, attraverso la parola e la musica, le sue grandi imprese e tutto ciò che egli aveva stabilito.»<ref>Citato in Bouvier, ''Op. cit.'' p. 1132</ref>.
 
Otto<ref>''Le Muse e l'origine divina della parola e del canto'', p. 32</ref> evidenzia, con questo accadimento, come non sia il creato «a dover lodare il suo creatore, piuttosto ad esso manca ancora qualcosa: l'essere delle cose non è ancora compiuto finché non si dà una voce che lo esprima. Le cose e la loro gloria ''devono'' essere pronunciate: questo è l'adempimento della loro essenza».
 
Se dunque le Muse sono quelle dee che rappresentano l'ideale supremo dell'Arte, intesa come verità del "Tutto" ovvero l'"eterna magnificenza del divino"<ref>Walter Friedrich Otto. ''Theophania''. Genova, Il Melangolo, 1996, p. 49</ref>, i poeti sono da loro 'posseduti', sono ''entheos'', (ἔνθεος "pieni di Dio") come ricorda lo stesso Democrito<ref>Cfr. fr.18{{citazione|Bello è assai tutto ciò che un poeta scrive in stato di entusiasmo e agitato da un afflato divino|Democrito fr. 18. Traduzione di Vittorio Enzo Alfieri in ''Presocratici'' vol. II (a cura di Gabriele Giannantoni) Milano, Mondadori, 2009 p. 756}} {{citazione|è veramente bella qualsiasi opera che un poeta scriva con passione e invasato da spirito sacro|Democrito fr. 18. Traduzione di Diego Fusaro in ''I presocratici'' (a cura di Giovanni Reale). Milano, Bompiani, 2008, p. 1355}}</ref>.
 
Ed essere ''entheos'', "pieno di Dio", è una condizione che «il poeta condivide con altri ispirati: i profeti, le baccanti e le pitonesse»<ref>Pierre Somville, ''Poetica'' in ''Il sapere greco'' vol. 1 (a cura di Jacques Brunschwig e Goffrey E.R. Lloyd). Torino, Einaudi, 2007, p. 506.</ref><ref>Rispetto alla μανία (''mania'') concessa per donazione divina (θείᾳ μέντοι δόσει διδομένης) e propria dei poeti, essa appartiene, per Platone, ad uno dei quattro "divini furori": "furore profetico" (da Apollo); furore telestico o rituale (da Dioniso); furore poetico (dalle Muse); furore erotico (da Afrodite ed Eros), in tal senso cfr. Eric R. Dodds. ''I greci e l'irrazionale'', Milano, Rizzoli, 2009, p. 109. {{citazione|In terzo luogo viene l'invasamento e la mania che proviene dalle Muse, che, impossessatasi di un'anima tenere e pura, la desta e la trae fuori di sé nella ispirazione bacchica in canti e in altre poesie, e, rendendo onore ad innummerevoli opere degli antichi, istruisce i posteri.|Platone, ''Fedro'' 244-5 (traduzione di Giovanni Reale), in ''Tutti gli scritti'', Milano, Bompiani, 2008, p. 554}}</ref><ref>Come ricorda Eric R. Dodds. ''I greci e l'irrazionale''. Milano, Rizzoli, 2009, nota 118 p. 146 in molte lingue indoeuropee il "poeta" e il "veggente" sono indicati con la stessa parola: ''vates'' in latino; ''fili'' in irlandese; ''thurl'' in islandese. {{citazione|È chiaro che in tutte le antiche lingue dell'Europa settentrionale, le idee di poesia, eloquenza e conoscenza (specie delle cose antiche) e profezia sono intimamente connesse.|Hector Munro Chadwick e Nora Kershaw Chadwick. ''The Growth of Literature'', vol. I, p. 637}}</ref>.
 
Nel caso di Esiodo viene raccontata una vera e propria Teofania|epifania: le dee incontrano il pastore Esiodo «mentre pascolava agnelli sotto il divino Elicone» apostrofandolo tra i «pastori campestri, vili creature obbrobriose, niente altro che ventri», ma le dee consegnano al pastore Esiodo il bastone (o lo scettro) decorato di alloro trasformandolo da «'ventre', ovvero rozzo contadino e pastore in poeta: una divina grazia tanto eccezionale quanto misteriosa»<ref>Cesare Cassanmagnago in Esiodo, ''Tutte le opere''. Milano, Bompiani, 2009, p. 925</ref>.
 
{{citazione|Il dono delle Muse dunque, o meglio uno dei loro doni, è la capacità di parlare secondo verità.|Eric R. Dodds. ''I greci e l'irrazionale''. Milano, Rizzoli, 2009, p. 126}}
 
Le Muse, dunque, sono le dee che donano agli uomini la possibilità di parlare secondo il "vero" e, figlie di Mnemosýne (Μνημοσύνη), la Memoria, consentono ai cantori di "ricordare" avendo questa stessa funzione uno statuto religioso e un proprio culto<ref>Marcel Detienne. ''I maestri di verità nella Grecia arcaica''. Milano, Mondadori, 1992, p. 4</ref>.
 
Non solo, Marcel Detienne evidenziando come la memoria dei "poeti" non corrisponda agli stessi fini di quella degli uomini moderni, chiosa:
{{citazione|Fin dall'inizio la memoria sacralizzata è privilegio di alcuni gruppi di uomini organizzati in confraternite; come tale, si differenzia radicalmente dal potere di ricordarsi degli altri individui. In questi ambienti di poeti ispirati, la memoria è onniscienza di carattere divinatorio; come il sapere mantico, si definisce attraverso la formula: "ciò che è, ciò che sarà, ciò che fu<ref>τά τ᾽ ἐόντα τά τ᾽ ἐσσόμενα πρό τ᾽ ἐόντα.</ref>". Con la sola memoria il poeta accede direttamente, in una visione personale, agli avvenimenti che evoca; ha il privilegio di entrare in contatto con l'altro mondo. La sua memoria gli permette di "decifrare l'invisibile". Dunque, la memoria non è solo il supporto materiale della parola cantata, la funzione psicologica che sostiene la tecnica formulare; è anche e soprattutto la potenza religiosa che conferisce al verbo poetico il suo statuto di parola magico-religiosa. In effetti, la parola cantata, pronunciata da un poeta dotato di un dono di veggenza, è una parola efficace; per sua propria virtù istituisce un mondo simbolico religioso che è lo stesso reale.|Marcel Detienne. ''I maestri di verità nella Grecia arcaica''. Milano, Mondadori, 1992, p. 4}}
 
Quindi la potenza, la dea della memoria, Mnemosine
{{citazione|madre delle muse, è "oblio dei mali e tregua alle cure"<ref>Esiodo, ''Teogonia'' 55.</ref>. In questa sorta di incantesimo si può già intravedere un primo accenno di quello che saranno in seguito gli esercizi spirituali filosofici, sia che appartengano all'ordine del discorso che a quello della contemplazione. Poiché non è soltanto a causa della bellezza dei loro canti e delle loro storie che le Muse fanno dimenticare le disgrazie, ma anche perché introducono il poeta e colui che lo ascolta a una visione cosmica. |Pierre Hadot. ''Che cos'è la filosofia antica''. Torino, Einaudi, 1998, p. 22}}
 
===La manifestazione del Cosmo===
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