Differenze tra le versioni di "Storia della letteratura italiana/Giovanni Pascoli"

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L'esperienzaLa poeticapoesia pascoliana si inserisce, con tratti originalissimi, nel panorama del [[../Decadentismo|decadentismo europeo]] e segna in maniera indelebile la poesia italiana: essa. affondaAffonda le radici in una visione pessimistica della vita, in cui si riflette la scomparsa della fiducia, propria del Positivismopositivismo, e in una conoscenza in grado di spiegare compiutamente la realtà. Il mondo appare all'autore come un insieme misterioso e indecifrabile. tanto che ilIl poeta tende a rappresentare la realtà con una pennellata impressionistica che colgacoglie solo un determinato particolare del reale, non essendo possibile per l'autore avere una concreta visione d'insieme. CoerentementeCoerente con la visione decadente, il poetaPascoli si configurapresenta come un "veggente", mediatore di una conoscenza aurorale, in grado di spingere lo sguardo oltre il mondo sensibile:. nelNel ''Fanciullino'', Pascoli afferma quantoche il poeta fanciullino sappiasa dare il nome alle cose, scoprendole nella loro freschezza originaria, in maniera immaginosa e alogica.
 
== La vita ==
[[File:Giovanni Pascoli.jpg|thumb|left|Giovanni Pascoli]]
Giovanni Pascoli nasce a San Mauro di Romagna il 31 dicembre 1855, quarto di dieci figli. Il padre Ruggiero eraè fattore nella tenuta La Torre di proprietà dei principi Torlonia, e la famiglia godevagode di una certa agiatezza economica che le consentiva di vivere un'esistenza serena. La tranquillità è però infranta da un evento drammatico che segnerà a vita il poeta: l'uccisione del padre mentre torna dal mercato di Cesena, il 10 agosto 1867. I responsabili non saranno mai identificati, e ciòquesto fatto genereràgenera nel giovane Pascoli un senso di ingiustizia. La famiglia conosce difficoltà economiche e deve trasferirsi dapprima a San Mauro, e poi a Rimini. ANegli questoanni seguonoimmediatamente successivi ci saranno altri lutti: neglinel anni1868 immediatamente successivi:muoiono la madre e la sorella maggiore muoiono, nel 1868,1871 il fratello Luigi e nel 1871 e1876 l'altro fratello Giacomo nel 1876.<ref name="Baldi109">{{cita libro | autore1=Guido Baldi | autore2=Silvia Giusso | autore3=Mario Razzetti | autore4=Giuseppe Zaccaria | titolo=D'Annunzio e Pascoli | opera=Moduli di storia della letteratura | anno=2002 | editore=Paravia | città=Torino | p=109 }}</ref>
 
Intanto nel 1862 Giovanni era intanto entrato, insieme ai fratelli, nel collegio degli Scolopi di Urbino nel 1962, dove aveva ricevuto una rigida educazione classica. Nel 1871, a causa delle ristrettezze economiche, ha dovutodeve abbandonare il collegio, ma grazie all'intervento di uno zio può terminare gli studi a Firenze. Finito il liceo frequenta, grazie a una borsa di studio, la facoltà di lettere a Bologna e negli anni universitari si avvicina al socialismo. Nel 1879 viene arrestato mentre partecipa a una manifestazione antigovernativa, e deve trascorrere alcuni mesi in carcere. Segnato da questa esperienza, decide di abbandonare la militanza politica.<ref name="Baldi109"/>
 
Nel 1882 si laurea con una tesi su Alceo e intraprende la carriera universitaria, prima a Matera, poi a Massa e infine a Livorno, dove rimane fino al 1895. In questi anni chiama a vivere con sé le sorelle Ida e Mariù, ricostituendo così il nucleo famigliare distrutto. Questo "nido", che sarà centrale nella poetica pascoliana, è espressione della fragilità psicologica ed emotiva del poeta, che tra le pareti famigliarifamiliari cerca protezione dalle insidie del mondo esterno. Da questa condizione infantile scaturisce un'attaccamento morboso nei confronti delle sorelle, a cui attribuisce una funzione materna,. e ilIl ricordo ossessivo dei morti inibisce qualsiasiogni tentativo di relazionarsi con l'esterno, visto come un tradimento dei legami con il "nido". Qualsiasi rapporto con altre persone estranee al "nido" è bandito, etanto infattiche nella sua vita Pascoli non avrà nessuna relazione amorosa. Il matrimonio di Ida nel 1895 sarà quindi vissuto come un tradimento, che porterà il poeta a soffrire di crisi depressive.<ref name="Baldi110">{{cita libro | autore1=Guido Baldi | autore2=Silvia Giusso | autore3=Mario Razzetti | autore4=Giuseppe Zaccaria | titolo=D'Annunzio e Pascoli | opera=Moduli di storia della letteratura | anno=2002 | editore=Paravia | città=Torino | p=110 }}</ref>
 
Nel 1895 Pascoli e la sorella Mariù, rimasti soli, si trasferiscono nella campagna lucchese, a Castelvecchio di Barga. Qui il poeta conduce una vita appartata, lontana dall'odiata vita didalla città, a cui contrappone la serenità della campagna. Nello stesso periodo, Pascoli aveva ottenuto dapprima la cattedra di grammatica greca e latina a Bologna, e poi quella di letteratura latina a Messina. Nel 1905, infine, sostituisce [[../Giosuè Carducci|Carducci]] come professore di letteratura italiana a Bologna.<ref name="Baldi110" /> NelTra frattempoil 1891 e il 1911 raccoglie in vari volumi le poesie che aveva svoltocomposto un'intensafino attivitàad poetica,allora e negli ultimi anni della sua vita gareggia nel ruolo di "vate" della poesia civile con il maestro Carducci e con [[../Gabriele D'Annunzio|D'Annunzio]]. Accanto alla sua poesia chiusa nel limitato ambito domestico si affianca quindi la figura ufficiale del poeta cantore della patria, per la quale compone una serie di canti e l'orazione ''La grande proletaria si è mossa'', pronunciata il 26 novembre 1911. La sua eccellente conoscenza del latino gli consente inoltre di vincere per dodici volte, dal 1892, la medaglia d'oro al concorso di la poesia latina di Amsterdam. Ormai ammalatoAmmalatosi di cancro allo stomaco, Pascoli si trasferisce a Bologna per curarsi, ma vi muore il 6 aprile 1912.<ref>{{cita libro | autore1=Guido Baldi | autore2=Silvia Giusso | autore3=Mario Razzetti | autore4=Giuseppe Zaccaria | titolo=D'Annunzio e Pascoli | opera=Moduli di storia della letteratura | anno=2002 | editore=Paravia | città=Torino | p=111 }}</ref>
 
== Le raccolte poetiche e le altre opere ==
A partire dagli anni ottanta Pascoli ha pubblicato le sue poesie per lo più su riviste letterarie o in edizioni per sposalizi. Solo negli ultimi venti anni della sua vita ha riunite i suoi componimenti in raccolte, distribuendole secondo criteri formali, stilistici e metrici. A ogni nuova edizione, il poeta ha poi arricchito ciascuna raccolta di nuove poesie o rielaborazioni di testi più vecchi: in ciascun volume è dunque possibile trovare, uno accanto all'altro, componimenti che risalgono a epoche tra di loro molto lontane. I filologi hanno dunque incontrato vari problemi nel datare le singole poesie e nel ricostruire l'evoluzione della produzione pascoliana. D'altra parte, lo stesso poeta ha seguito un percorso non lineare, ma si è occupato contemporaneamente di temi e soluzioni formali tra di loro molto diversi. In generale, anche se è possibile ordinare cronologicamente i testi e riconoscere le variazioni apportate a un componimento, nella produzione di Pascoli non c'è mai stata una svolta radicale, tale da permettere di suddividere la sua esperienza poetica in fasi.<ref name="Baldi115">{{cita libro | autore1=Guido Baldi | autore2=Silvia Giusso | autore3=Mario Razzetti | autore4=Giuseppe Zaccaria | titolo=D'Annunzio e Pascoli | opera=Moduli di letteratura | anno=2002 | editore=Paravia | città=Torino | p=115 }}</ref>
 
=== ''Myricae'' ===
{{vedi source|Myricae}}
[[File:Tamarix gallica bloemen.jpg|thumb|Fiori di tamerice, la pianta da cui Pascoli trae il nome per la sua prima raccolta]]
La prima raccolta pubblicata da Pascoli è ''Myricae'' (1891). Compare in un'edizione fuori commercio e inizialmente comprende ventidue poesie dedicate alle nozze di due amici. Nelle edizioni successive la raccolta si è ampliata, e ha raggiunto la sua struttura definitiva a partire dalla quarta, nel 1897. Il titolo è una citazione dalla ''Bucolica'' IV, dove Virgilio afferma di volere innalzare il tono poetico, in quanto «non omnes arbusta iuvant, humilesque myricae» («non a tutti piacciono gli arbusti e le umili tamerici»).<ref name="Baldi115" /> Pascoli invece pone al centro della sua poesia le piccole cose, di cui le tamerici sono un simbolo. Si tratta per lo più di testi molto brevi, nei quali il poeta si sofferma su alcuni particolari che vengono caricati di mistero e suggestioni che sembrano rimandare a una realtà altra. La sintassi è frantumata e viene fatto un uso analogico del linguaggio; Pascoli ricorre a onomatopee e il suono delle parole assume a sua volta un valore simbolico. Riaffiora spesso il tema della morte e per la prima volta si affaccia il nodo centrale della poesia pascoliana, la necessità di riannodare i legami spezzati con la propria famiglia in seguito all'evento luttuoso della morte del padre.<ref name="Baldi116">{{cita libro | autore1=Guido Baldi | autore2=Silvia Giusso | autore3=Mario Razzetti | autore4=Giuseppe Zaccaria | titolo=D'Annunzio e Pascoli | opera=Moduli di letteratura | anno=2002 | editore=Paravia | città=Torino | p=116 }}</ref><ref name="Ferroni849">{{cita libro | Giulio | Ferroni | Profilo storico della letteratura italiana | 2001 | Einaudi | Torino | p=849 }}</ref>
 
=== I ''Poemetti'' ===
{{vedi source|Primi poemetti}}
{{vedi source|Nuovi poemetti}}
I ''Poemetti'' vengono pubblicati una prima volta nel 1897 e poi ripubblicati nel 1900. Nella loro struttura definitiva sono però divisi in due volumi intitolati ''Primi poemetti'' (1904) e ''Nuovi poemetti'' (1909). I componimenti sono più ampi rispetto a quelli di ''Myricae'' e hanno un taglio narrativo. Nelle due raccolte viene infatti descritta la vita di una famiglia rurale di Barga, della quale vengono ritratti alcuni momenti quotidiani. La narrazione si articola in diversi cicli, che corrispondono alle fasi dei lavori nei campi. Rispetto alle poesie del volume precedente, caratterizzate da versi brevi, vengono qui utilizzate le terzine dantesche raggruppate in sezioni. Diversamente dai [[../Verismo|veristi]], qui la vita contadina è vista in modo idealizzato ed è presentata come portatrice di valori autentici di bontà e generosità, in contrapposizione con la negatività della società contemporanea. Chiusa nel piccolo mondo degli affetti familiari e regolata dallo scorrere delle stagioni, la vita rurale appare al poeta più rassicurante rispetto all'incombere della realtà storica. Pascoli tralascia gli aspetti più duri della vita agreste, e traspone i suoi ideali nel passato e in un mondo che sta scomparendo. Oltre a questo ciclo georgico, le due raccolte contengono anche poesie che trattano temi più torbidi o oscuri, come per esempio ''Il vischio'' o la ''Digitale purpurea''.<ref name="Baldi116" />
 
=== ''Canti di Castelvecchio'' ===
{{vedi source|Canti di Castelvecchio}}
Come affermato dallo stesso autore nell'introduzione alla raccolta, i ''Canti di Castelvecchio'' (1903) si propongono come una continuazione della precedente ''Myricae''. Anche qui si ritrovano immagini della vita di campagna e si ritorna alla forma lirica, con poesie più brevi ordinate secondo uno schema che richiama il succedersi delle stagioni. Ancora una volta la vita contadina è vista come un sicuro riparo dalla negatività del mondo moderno, e torna più volte il ricordo dei morti, che si uniscono al poeta per via dei mai dissolti legami familiari. Nel tentativo di ricostruire un ulteriore legame con il nido, sono poi presenti rimandi tra il paesaggio della natia Romagna e quello di Castelvecchio, dove Pascoli si era nel frattempo trasferito. Il sesso viene osservato con il turbamento tipico di un fanciullo, che guarda a questo aspetto della vita degli adulti con un misto di repulsione e di fascinazione. La morte è invece descritta talvolta come un rifugio talvolta come un ritorno al grembo materno.<ref name="Baldi117">{{cita libro | autore1=Guido Baldi | autore2=Silvia Giusso | autore3=Mario Razzetti | autore4=Giuseppe Zaccaria | titolo=D'Annunzio e Pascoli | opera=Moduli di letteratura | anno=2002 | editore=Paravia | città=Torino | p=117 }}</ref>
 
=== ''Poemi conviviali'' ===
{{vedi source|Poemi conviviali}}
Nei ''Poemi conviviali'' (1904) sono raccolti testi apparsi in precedenza, a partire dal 1895, sulla rivista ''Il Convito'' diretta da Adolfo De Bosis, la stessa su cui D'Annunzio avrebbe pubblicato ''Le vergini delle rocce''. Queste poesie sono dedicate a personaggi e temi ricavati dal mito dalla storia antica. Si tratta però di una ricostruzione storica in cui il poeta fa sfoggio di erudizione e narra aneddoti e particolari poco noti o marginali. Viene inoltre utilizzato un linguaggio ricercato ed estetizzante, in linea con l'orientamento seguito dalla rivista su cui i componimenti sono stati pubblicati. Tuttavia anche qui riemergono elementi tipici della poetica pascoliana, e così il mondo classico non è un luogo di eterna e stabile perfezione come volevano i classicisti, ma è attarversato da tensioni e angosce tipicamente moderne.<ref name="Baldi117" />
 
=== Le altre raccolte ===
Nelle ultime raccolte Pascoli ha ormai assunto la funzione di "poeta ufficiale" della patria, che con i suoi componimenti ne elogia la grandezza e propaganda i valori civili e morali della nazione. Gli spunti per questo tipo di produzione provengono generalmente dall'attualità. Tutte le sue poesie di tipi civile saranno riunite nel 1906 nella raccolta ''Odi ed inni'', che verrà progressivamente ampliata fino al 1913.<ref>{{cita libro | Giulio | Ferroni | Profilo storico della letteratura italiana | 2001 | Einaudi | Torino | pp=848-849 }}</ref>
 
Accanto a questa c'è anche una produzione di carattere storico, che riprende temi dalla storia medievale, rinascimentale e risorgimentale. Agli anni dell'insegnamento a Bologna risalgono i ''Poemi italici'' (1911-1914) e le ''Canzoni di re Enzio'' (1908-1909). A questa poesia di tipi storico è sono riconducibili anche i ''Poemi del Risorgimento'' (1913).<ref name="Ferroni849" />
Giovanni era intanto entrato, insieme ai fratelli, nel collegio degli Scolopi di Urbino nel 1962, dove aveva ricevuto una rigida educazione classica. Nel 1871, a causa delle ristrettezze economiche, ha dovuto abbandonare il collegio, ma grazie all'intervento di uno zio può terminare gli studi a Firenze. Finito il liceo frequenta, grazie a una borsa di studio, la facoltà di lettere a Bologna e negli anni universitari si avvicina al socialismo. Nel 1879 viene arrestato mentre partecipa a una manifestazione antigovernativa, e deve trascorrere alcuni mesi in carcere. Segnato da questa esperienza, decide di abbandonare la militanza politica.<ref name="Baldi109"/>
 
=== I ''Carmina'' ===
Nel 1882 si laurea con una tesi su Alceo e intraprende la carriera universitaria, prima a Matera, poi a Massa e infine a Livorno, dove rimane fino al 1895. In questi anni chiama a vivere con sé le sorelle Ida e Mariù, ricostituendo così il nucleo famigliare distrutto. Questo "nido", che sarà centrale nella poetica pascoliana, è espressione della fragilità psicologica ed emotiva del poeta, che tra le pareti famigliari cerca protezione dalle insidie del mondo esterno. Da questa condizione infantile scaturisce un'attaccamento morboso nei confronti delle sorelle, a cui attribuisce una funzione materna, e il ricordo ossessivo dei morti inibisce qualsiasi tentativo di relazionarsi con l'esterno, visto come un tradimento dei legami con il "nido". Qualsiasi rapporto con altre persone estranee al "nido" è bandito, e infatti nella sua vita Pascoli non avrà nessuna relazione amorosa. Il matrimonio di Ida nel 1895 sarà quindi vissuto come un tradimento, che porterà il poeta a soffrire di crisi depressive.<ref name="Baldi110">{{cita libro | autore1=Guido Baldi | autore2=Silvia Giusso | autore3=Mario Razzetti | autore4=Giuseppe Zaccaria | titolo=D'Annunzio e Pascoli | opera=Moduli di storia della letteratura | anno=2002 | editore=Paravia | città=Torino | p=110 }}</ref>
{{vedi source|Scriptor:Giovanni Pascoli|la}}
Accanto a questa produzione in italiano bisogna infine ricordare i ''Carmina'' in latino, che comprendono trenta poemetti e settantuno poesie più brevi, testi che per la maggior parte sono stati scritti per il concorso di poesia latina di Amsterdam. La raccolta di questi componimenti è stata pubblicata postuma nel 1915, e Pascoli non ha mai avuto modo di organizzarli in maniera organica. I temi riprendono aspetti marginali della vita romana, e per lo più hanno per protagonisti personaggi umili che si riscattano grazie alla loro bontà. Il latino di Pascoli non è una semplice riproposizione di modelli classici, ma piuttosto è una lingua rivissuta, affine all'italiano da lui utilizzato nelle altre poesie.<ref>{{cita libro | autore1=Guido Baldi | autore2=Silvia Giusso | autore3=Mario Razzetti | autore4=Giuseppe Zaccaria | titolo=D'Annunzio e Pascoli | opera=Moduli di letteratura | anno=2002 | editore=Paravia | città=Torino | pp=117-118 }}</ref> Il latino è la lingua assoluta, pura perché non contaminata dalle deformazioni del presente. Allo stesso tempo, è anche un modo per tornare all'età prenatale, a una sorta di infanzia dell'umanità.<ref name="Ferroni849" />
 
=== Prose ===
Nel 1895 Pascoli e la sorella Mariù, rimasti soli, si trasferiscono nella campagna lucchese, a Castelvecchio di Barga. Qui il poeta conduce una vita appartata, lontana dall'odiata vita di città, a cui contrappone la serenità della campagna. Nello stesso periodo, Pascoli aveva ottenuto dapprima la cattedra di grammatica greca e latina a Bologna, e poi quella di letteratura latina a Messina. Nel 1905, infine, sostituisce [[../Giosuè Carducci|Carducci]] come professore di letteratura italiana a Bologna.<ref name="Baldi110" /> Nel frattempo aveva svolto un'intensa attività poetica, e negli ultimi anni della vita gareggia nel ruolo di "vate" della poesia civile con il maestro Carducci e con [[Gabriele D'Annunzio|D'Annunzio]]. Accanto alla sua poesia chiusa nel limitato ambito domestico si affianca quindi la figura ufficiale del poeta cantore della patria, per la quale compone una serie di canti e l'orazione ''La grande proletaria si è mossa'', pronunciata il 26 novembre 1911. La sua eccellente conoscenza del latino gli consente inoltre di vincere per dodici volte, dal 1892, la medaglia d'oro al concorso di la poesia latina di Amsterdam. Ormai ammalato di cancro allo stomaco, Pascoli si trasferisce a Bologna per curarsi, ma vi muore il 6 aprile 1912.<ref>{{cita libro | autore1=Guido Baldi | autore2=Silvia Giusso | autore3=Mario Razzetti | autore4=Giuseppe Zaccaria | titolo=D'Annunzio e Pascoli | opera=Moduli di storia della letteratura | anno=2002 | editore=Paravia | città=Torino | p=111 }}</ref>
Nella sua veste di professore universitario, Pascoli si è dedicato anche all'attività di critico e saggista. La sua poetica viene esposta in maniera organica nel saggio ''Il fanciullino'', pubblicato sul ''Marzocco'' nel 1897. Ha scritto poi saggi letterari su [[../Giacomo Leopardi|Leopardi]] e [[../Alessandro Manzoni|Manzoni]], e tre volumi dedicati all'analisi critica delle opere di [[../Dante Alighieri|Dante]]: ''Minerva oscura'' (1898), ''Sotto il velame'' (1900), ''La mirabile visione'' (1908). Nonostante le ambizioni dell'autore, questi ultimi incontreranno scarso interesse tra i critici letterari dell'epoca. Nel suo approccio ai testi classici, Pascoli tende a considerarli proiezioni della sua sensibilità: ne sono esempi gli interventi critici su Leopardi, che considera un «divino fanciullo».<ref>{{cita libro | Giulio | Ferroni | Profilo storico della letteratura italiana | 2001 | Einaudi | Torino | p=854 }}</ref>
 
Il poeta ha lavorato anche a libri scolastici, tra cui alcune antologie di letteratura italiana e latina. In generale la prosa pascoliana, lontana dallo stile erudito diffuso all'epoca, ha un tono più pacato e colloquiale. Nei discorsi ufficiali ricorre invece a un tono più sostenuto e a una certa enfasi retorica. Tra questi ricordiamo ''La grande proletaria si è mossa''.<ref name="Baldi118">{{cita libro | autore1=Guido Baldi | autore2=Silvia Giusso | autore3=Mario Razzetti | autore4=Giuseppe Zaccaria | titolo=D'Annunzio e Pascoli | opera=Moduli di letteratura | anno=2002 | editore=Paravia | città=Torino | p=118 }}</ref>
== Il profilo letterario: la sua ''rivoluzione poetica'' ==
L'esperienza poetica pascoliana si inserisce, con tratti originalissimi, nel panorama del decadentismo europeo e segna in maniera indelebile la poesia italiana: essa affonda le radici in una visione pessimistica della vita in cui si riflette la scomparsa della fiducia, propria del Positivismo, e in una conoscenza in grado di spiegare compiutamente la realtà. Il mondo appare all'autore come un insieme misterioso e indecifrabile tanto che il poeta tende a rappresentare la realtà con una pennellata impressionistica che colga solo un determinato particolare del reale, non essendo possibile per l'autore avere una concreta visione d'insieme. Coerentemente con la visione decadente, il poeta si configura come un "veggente", mediatore di una conoscenza aurorale, in grado di spingere lo sguardo oltre il mondo sensibile: nel ''Fanciullino'', Pascoli afferma quanto il poeta fanciullino sappia dare il nome alle cose, scoprendole nella loro freschezza originaria, in maniera immaginosa e alogica.
 
== Il profilo letterario: la sua ''"rivoluzione poetica''" ==
=== La formazione letteraria ===
LaUn fasemomento cruciale dellanella formazione letteraria di Pascoli va fatta risalire ai nove anni trascorsi a Bologna come studente alla Facoltàfacoltà di Letterelettere (1873-1882). AllievoQui fu allievo di [[../Giosuè Carducci|Carducci]], che si accorse subito delle qualità del giovane. Pascoli, nellaNella cerchia ristretta dell'ambiente creatosi attorno al poeta, Pascoli visse gli anni più movimentati della sua vita. Qui, protetto comunque dallaProtetto naturaledal dipendenzarapporto tra maestro e allievo, Pascoli non ebbe bisogno di alzare barriere nei confronti della realtà, dovendo limitarsilimitandosi a seguire gli indirizzi ede i modelli del suo corso di studi: i classici, la filologia, la letteratura italiana. Nel 1875 perse la borsa di studio e con essa l'il suo unico mezzo di sostentamento su cui poteva contare. La frustrazione e i disagi materiali lo spinsero verso il movimento socialista in quella che fu una delle poche, brevi parentesi politiche della sua vita. Nel 1879 venne arrestato e assolto dopo tre mesi di carcere;. l'ulterioreIl senso di ingiustizia e la delusione lo riportarono nell'alveo d'ordine deldal maestro Carducci e alcompletò compimento degligli studi con una tesi sul poeta greco Alceo.
 
A margine degli studi veri e propri, egli, comunque, condusse una vasta esplorazione del mondo letterario ed anchee scientifico straniero,. attraversoScoprì lel'avanguardia simbolista attraverso riviste francesi specializzate, come la ''Revue des deux Mondes'',. che lo misero in contatto con l'avanguardia simbolista, e laLesse letturainoltre deii testi scientifico-naturalistici di Jules Michelet, Jean-Henri Fabre e Maurice Maeterlinck. Tali testi utilizzavano la descrizione naturalistica - la vita degli insetti soprattutto, per quell'attrazione per il microcosmo così caratteristica del Romanticismo [[../Decadentismo|Romanticismo decadente]] di fine Ottocento - in chiave poetica; l'osservazione era aggiornata sulle più recenti acquisizioni scientifiche dovute al perfezionamento del microscopio e della sperimentazione di laboratorio, ma poi veniva filtrata letterariamente attraverso uno stile lirico in cui dominava il senso della meraviglia e della fantasia. Era un atteggiamento positivista "romanticheggiante" che tendeva a vedere nella natura l'aspetto pre-cosciente del mondo umano.
 
CoerentementeCoerente con questi interessi, vi fuc'è anche quello per la cosiddetta "filosofia dell'inconscio" del tedesco Karl Robert Eduard von Hartmann, l'opera che aprì quella linea di interpretazione della psicologia in senso anti-meccanicistico che sfociò nella psicanalisi freudiana. È evidente in queste letture - come in quella successiva dell'opera dell'inglese James Sully sulla "psicologia dei bambini" - un'attrazione di Pascoli verso il "mondo piccolo" dei fenomeni naturali e psicologicamente elementari che tanto fortemente caratterizzò tutta la sua poesia. E non solo la sua. Per tutto l'Ottocento la cultura europea aveva coltivato un particolare culto per il mondo dell'infanzia, dapprima, in un senso pedagogico e culturale più generico, poi, verso la fine del secolo, con un più accentuato intendimento psicologico. I Romanticiromantici, sulla scia di Giambattista Vico e di Jean-Jacques Rousseau, avevano paragonato l'infanzia allo stato primordiale "di natura" dell'umanità, inteso come una sorta di età dell'oro.
 
Verso gli anni ottanta si cominciò, invece, ad analizzare in modo più realistico e scientifico la psicologia dell'infanzia, portando l'attenzione sul bambino come individuo in sé, caratterizzato da una propria realtà di riferimento. La letteratura per l'infanzia aveva prodotto in meno di un secolo una quantità considerevole di libri che costituirono la vera letteratura di massa fino alla fine dell'Ottocento. Parliamo dei libri per i bambini, come le innumerevoli raccolte di fiabe dei fratelli Grimm (1822), di Hans Christian Andersen (1872), di John Ruskin (1851), di Oscar Wilde (1888), di Maurice Maeterlinck (1909); o come il capolavoro di Lewis Carroll, ''Alice nel Paese delle Meraviglie'' (1865). Oppure i libri di avventura adatti anche all'infanzia, come i romanzi di Jules Verne, Rudyard Kipling, Mark Twain, Emilio Salgari, Jack London. O libri sull'infanzia, dall'intento moralistico ede educativo, come ''Senza famiglia'' di Hector Malot (1878), ''Il piccolo Lord'' di Frances Hodgson Burnett (1886), ''Piccole donne'' di Louisa May Alcott (1869) e i celeberrimi ''Cuore'' di [[../Edmondo De Amicis|De Amicis]] (1886) e ''Pinocchio'' di [[../Carlo Collodi|Collodi]] (1887).
 
Tutto questo ci serve a ricondurre, naturalmente, la teoria pascoliana della poesia come intuizione pura e ingenua, espressa nella poetica del ''Fanciullino'', ai riflessi di un vasto ambiente culturale europeo che era assolutamente maturo per accogliere la sua proposta. In questo senso non si può parlare di una vera novità, quanto piuttosto della sensibilità con cui egli seppe cogliere un gusto diffuso ede un interesse già educato, traducendoli in quella grande poesia che all'Italia mancava dall'epoca di [[../Giacomo Leopardi|Leopardi]]. Per quanto riguarda il linguaggio, Pascoli ricerca una sorta di musicalità evocativa, accentuando l'elemento sonoro del verso, secondo il modello dei poeti maledetti Paul Verlaine e Stéphane Mallarmé.
 
=== La poesia come "nido" che protegge dal mondo ===
Per Pascoli la poesia ha natura irrazionale e con essa si può giungere alla verità di tutte le cose; il poeta deve essere un poeta-fanciullo che arriva a questa verità mediante l'irrazionalità e l'intuizione. Rifiuta quindi la ragione e, di conseguenza, rifiuta il Positivismopositivismo (che era l'esaltazione della ragione stessa e del progresso), approdando, come si è detto, al decadentismo. La poesia diventa così analogica, cioè senza apparente connessione tra due o più realtà che vengono rappresentate; ma, appunto, solo apparentemente: in realtà c'è una connessione (a volte anche un po' forzata) tra i concetti ed il poeta spesso e volentieri è costretto a "voli vertiginosi" per mettere "in comunicazione" questi concetti. La poesia irrazionale o analogica è una poesia di svelamento o di scoperta e non di invenzione. I motivi principali di questa poesia devono essere "umili cose": cose della vita quotidiana, cose modeste o familiari. A questo si unisce il ricordo ossessivo dei suoi morti, le cui presenze aleggiano continuamente nel “nido”"nido", riproponendo il passato di lutti e di dolori, inibendo al poeta ogni rapporto con la realtà esterna, ogni vita di relazione, che viene sentita come un tradimento nei confronti dei legami oscuri, viscerali del “nido”"nido".
 
[[File:Duomo di Barga from SW.JPG|thumb|Il duomo, al cui suono della campana si fa riferimento ne ''L'ora di Barga'']]
Anche se l'ultima fase della produzione pascoliana è ricca di tematiche socio-politiche (''Odi e inni'' del 1906, comprendenti gli inni ''Ad Antonio Fratti'', ''Al re Umberto'', ''Al Duca degli Abruzzi e ai suoi compagni'' nonché l'ode, aggiunta nella terza edizione, ''Chavez''; ''Poemi italici'' del 1911; ''Poemi del Risorgimento'', postumi; nonché il celebre discorso ''La grande Proletaria si è mossa'', tenuto nel 1911 in occasione di una manifestazione a favore dei feriti della guerra di Libia), non c'è dubbio che la sua opera più significativa è rappresentata dai volumi poetici che comprendono le raccolte di ''Myricae'' e dei ''Canti di Castelvecchio'' (1903), nei quali il poeta trae spunto dall'ambiente a lui familiare come la Ferrovia Lucca-Aulla (''"In viaggio"''), nonché parte dei ''Poemetti''. Il "mondo" di Pascoli è tutto lì: la natura come luogo dell'anima dal quale contemplare la morte come ricordo dei lutti privati.
 
{{quote|Troppa questa morte? Ma la vita, senza il pensiero della morte, senza, cioè, religione, senza quello che ci distingue dalle bestie, è un delirio, o intermittente o continuo, o stolido o tragico. D'altra parte queste poesie sono nate quasi tutte in campagna; e non c'è visione che più campeggi o sul bianco della gran nave o sul verde delle selve o sul biondo del grano, che quella dei trasporti o delle comunioni che passano: e non c'è suono che più si distingua sul fragor dei fiumi e dei ruscelli, su lo stormir delle piante, sul canto delle cicale e degli uccelli, che quello delle Avemarie. Crescano e fioriscano intorno all'antica tomba della mia giovane madre queste myricae (diciamo cesti o stipe) autunnali.|Dalla Prefazioneprefazione di Pascoli ai ''Canti di Castelvecchio''}}
 
=== Il poeta e il fanciullino ===
Uno dei tratti salienti per i quali Pascoli è passato alla storia della letteratura è la cosiddetta ''poetica del fanciullino'', da lui stesso così bene esplicitata nello scritto omonimo apparso sulla rivista ''Il Marzocco'' nel 1897. In tale scritto, Pascoli, influenzato dal manuale di psicologia infantile di James Sully e da ''La filosofia dell'inconscio'' di Eduard von Hartmann, dà una definizione assolutamente compiuta - almeno secondo il suo punto di vista - della poesia (dichiarazione poetica).
 
Il poeta allora mantiene una razionalità di fondo, organizzatrice della metrica poetica, ma:
 
* Possiedepossiede una sensibilità speciale, che gli consente di caricare di significati ulteriori e misteriosi anche gli oggetti più comuni;
* Comunicacomunica verità latenti agli uomini: è "Adamo", che mette nome a tutto ciò che vede e sente (secondo il proprio personale modo di sentire, che tuttavia ha portata universale).;
* Devedeve saper combinare il talento della fanciullezza (saper vedere), con quello della vecchiaia (saper dire);
* Percepiscepercepisce l'essenza delle cose e non la loro apparenza fenomenica.
 
La poesia, quindi, è tale solo quando riesce a parlare con la voce del fanciullo ed è vista come la perenne capacità di stupirsi tipica del mondo infantile, in una disposizione irrazionale che permane nell'uomo anche quando questi si è ormai allontanato, almeno cronologicamente, dall'infanzia propriamente intesa. È una realtà ''ontologica''. Ha scarso rilievo per Pascoli la dimensione storica (egli trova suoi interlocutori in Omero, Virgilio, come se non vi fossero secoli e secoli di mezzo): la poesia vive fuori dal tempo ed esiste in quanto tale. Nel fare poesia una realtà ontologica (il poeta-microcosmo) si interroga su un'altra realtà ontologica (il mondo-macrocosmo); ma per essere poeta è necessario confondersi con la realtà circostante senza che il proprio punto di vista personale e preciso interferisca: il poeta si impone la ''rinuncia a parlare di se stesso'', tranne in poche poesie, in cui esplicitamente parla della sua vicenda personale.
 
È vero che la vicenda autobiografica dell'autore caratterizza la sua poesia, ma con connotazioni di portata universale: ad esempio la morte del padre viene percepita come l'esempio principe della descrizione dell'universo, di conseguenza gli elementi autenticamente autobiografici sono scarsi, in quanto raffigura il male del mondo in generale. Tuttavia, nel passo XI de "Il fanciullino", Pascoli dichiara che un vero poeta è, più che altro, il suo sentimento e la sua visione che cerca di trasmettere agli altri. Per cui il poeta Pascoli rifiuta:
Per cui il poeta Pascoli rifiuta:
 
* il Classicismoclassicismo, che si qualifica per la centralità ed unicità del punto di vista del poeta, che narra la sua opera ed esprime le proprie sensazioni.
* il Romanticismo, dove il poeta fa di sé stesso, dei suoi sentimenti e della sua vita, poesia.
 
[[File:Pleiades large.jpg|thumb|upright=1.3|L'ammasso aperto delle Pleiadi (M45), nella costellazione del Toro. Pascoli lo cita col nome dialettale di "Chioccetta" ne ''Il gelsomino notturno''. La visione dello spazio buio e stellato è uno dei temi ricorrenti nella sua poesia]]
 
Fanno parte di questa produzione pascoliana liriche come ''Il bolide'' (''Canti di Castelvecchio'') e ''La vertigine'' (''Nuovi Poemetti''). Il poeta scrive nei versi conclusivi de ''Il bolide'': "«E la terra sentii nell'Universo. / Sentii, fremendo, ch'è del cielo anch'ella. / E mi vidi quaggiù piccolo e sperso / errare, tra le stelle, in una stella"». Si tratta di componimenti permeati di spiritualismo e di panteismo ('' La Vertigine''). La Terra è errante nel vuoto, non più qualcosa di certo; lo spazio aperto è la vera dimora dell'uomo rapito come da un vento cosmico. Scrive il critico Giovanni Getto: " È questo il modo nuovo, autenticamente pascoliano, di avvertire la realtà cosmica: al geocentrismo praticamente ancora operante nell'emozione fantastica, nonostante la chiara nozione copernicana sul piano intellettuale, del Leopardi, il Pascoli sostituisce una visione eliocentrica o addirittura galassiocentrica: o meglio ancora, una visione in cui non si dà più un centro di sorta, ma soltanto sussistono voragini misteriose di spazio, di buio e di fuoco. Di qui quel sentimento di smarrita solitudine che nessuno ancora prima del Pascoli aveva saputo consegnare alla poesia".<ref>Giovanni Getto, ''Giovanni Pascoli poeta astrale'', in "Studi per il centenario della nascita di G. Pascoli". Commissione per i testi di lingua, Bologna, 1962.</ref><ref>[http://www.fondazionepascoli.it/Poesie/np16.htm Fondazione Giovanni Pascoli - Nuovi poemetti<!-- Titolo generato automaticamente -->]</ref>
 
{{quote|È questo il modo nuovo, autenticamente pascoliano, di avvertire la realtà cosmica: al geocentrismo praticamente ancora operante nell'emozione fantastica, nonostante la chiara nozione copernicana sul piano intellettuale, del Leopardi, il Pascoli sostituisce una visione eliocentrica o addirittura galassiocentrica: o meglio ancora, una visione in cui non si dà più un centro di sorta, ma soltanto sussistono voragini misteriose di spazio, di buio e di fuoco. Di qui quel sentimento di smarrita solitudine che nessuno ancora prima del Pascoli aveva saputo consegnare alla poesia.<ref>{{cita libro | autore1= Giovanni Getto | titolo=Giovanni Pascoli poeta astrale | opera= Studi per il centenario della nascita di G. Pascoli | anno= 1962 | editore= Commissione per i testi di lingua | città= Bologna }}</ref><ref>{{cita web| url= http://www.fondazionepascoli.it/Poesie/np16.htm | titolo=Fondazione Giovanni Pascoli - Nuovi poemetti|accesso= }}</ref>}}
 
=== La lingua pascoliana ===
Pascoli disintegra la forma tradizionale del linguaggio poetico: con lui la poesia italiana perde il suo tradizionale supporto logico, procede per simboli ed immagini, con frasi brevi, musicali e suggestive. Il linguaggio è fonosimbolico con un frequente uso di onomatopee, metafore, sinestesie, allitterazioni, anafore, vocaboli delle lingue speciali (gerghi). La disintegrazione della forma tradizionale comporta "«il concepire per immagini isolate (il frammentismo), il periodo di frasi brevi e a sobbalzi (senza indicazione di passaggi intermedi, di modi di sutura), pacatamente musicali e suggestive; la parola circondata di silenzio». "<ref>A.{{cita libro | autore1= Alfredo Schiaffini, ''| titolo=G. Pascoli disintegratore della forma poetica tradizionale, in| "opera=Omaggio a Pascoli", pp.| anno=1955 | editore=Mondadori | città=Milano | pp=240-245 }}</ref> Pascoli ha rotto la frontiera tra grammaticalità e evocatività della lingua. E non solo ha infranto la frontiera tra pregrammaticalità e semanticità, ma ha anche annullato "«il confine tra melodicità ed icasticità, cioè tra fluido corrente, continuità del discorso, e immagini isolate autosufficienti. In una parola egli ha rotto la frontiera fra determinato e indeterminato"».<ref>G.{{cita libro | autore1= Gianfranco Contini, ''| titolo=Il linguaggio di Pascoli'', in| "opera=Studi pascoliani", | anno=1958 | editore=Lega, | città=Faenza, 1958, p.| pp=30 e sgg. }}</ref>
 
== Note ==
 
[[Categoria:Storia della letteratura italiana|Pascoli]]
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