Differenze tra le versioni di "Forze armate mondiali dal secondo dopoguerra al XXI secolo/Italia: esercito 2"

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L'artiglieria dell'Esercito italiano, da sempre molto importante (nel giugno 1940 v'erano oltre 12.000 pezzi in servizio da oltre 47 mm, anche se la maggior parte erano obsoleti), è rimasta tale nel tempo fino ai nostri giorni. In generale, data la dipendenza italiana dall'artiglieria americana, si seguirà qui una esposizione che parla anche della genesi di quest'ultima, com supporto alla descrizione delle armi poi impiegate dall'E.I. dopo il 1945.
 
Molte delle trazionitradizioni artiglieresche risalgono al Rinascimento, ma sopratutto, alla Prima guerra mondiale, in cui l'Esercito entrò con un parco d'artiglierie deficitario (come quasi tutti i belligeranti) ma riuscendo a porvi rimedio in pochi anni con un massiccio investimento, importazioni, produzioni su licenza e un gran numero di pezzi austro-ungarici.
 
Ancora nel 1990 gli accordi CFE conteggiavano un totale di ben 2.153 pezzi d'artiglieria. Ma questo totale era semplicemente falso. Bisogna dire in merito, che il trattato considerava pezzi d'artiglieria che fossero contemporaneamente sia di calibro superiore al 100 mm, che con canna rigata. Dunque nessuno degli 800 e passa mortai da 120 mm come nessuno degli oltre 250 cannoni da 40 mm antiaerei, poteva essere conteggiato nel totale, e lo stesso vale per i cannoni SR da 106 mm del tipo M40 che forse hanno contribuito al 'trucco' contabile, essendo sia di oltre 100 mm che con canna rigata. Ma non sono artiglierie convenzionali, sono attrezzate solo per il tiro diretto, e non sono assolutamente assegnate ad alcun reparto d'artiglieria. Con questi criteri si potrebbe considerare artiglieria da 'CFE' anche i cannoni da 105 mm dei carri armati, essendo questi sia rigati che oltre i 100 mm (e oltretutto non del tipo 'senza rinculo', ma armi relativamente convenzionali).
Utente anonimo