Caccia tattici in azione/Lo Zero: differenze tra le versioni

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==Lo Zero==
Il Mitsubishi ZeroA6M Reisen (zero, in quanto omologato nel 1940), è un altro di quegli aerei che non potrebbe suscitare opinioni più contrastanti, ora ignorato, ora temuto, infine ridicolizzato, e poi ancora ripreso in considerazione, mitizzato, analizzato criticamente, sopravvalutato, sottovalutato, e così via senza soluzione di continuità.
 
[[File:A6M2_Zero_9-08-2008_13-03-43.JPG|350px|left|thumb|L'A6M2]]
La situazione degli Zero variava molto a seconda dei nemici. Inizialmente vennero usati in Cina e lì dichiararono oltre 100 vittorie, con due soli esemplari persi a causa della contraerea. Un caccia da supremazia aerea, che spazzò via i Polikarpov dei Cinesi, molto prima e meglio di come avevano fatto fin’allora i Ki-27 e gli A5M, pur assai efficaci in combattimento aereo. Ma come si arrivò allo scontro con gli americani, le cose cambiarono. In un anno non c’erano stati abbattimenti per via della caccia e solo due per la contraerea, ma il 7 dicembre 1941 gli Zero subirono 9 perdite a P.Harbour e 7 sulle Filippine: 16 aerei distrutti in un giorno.
 
Ma il successo della missione non si misura con gli aerei persi per eseguirla, meno che mai quando essa è coronata dal successo. L'attacco alle Filippine fu particolarmente umiliante per gli Americani, ma venne messo in ombra da quello di P.Harbour. Mac Arthur e i suoi subordinati dimostrarono un'eccezionale incompetenza nel fronteggiare la possibile aggressione giapponese. Ma, a differenza della pronta rimozione dei generali e ammiragli della base hawaiiana, qui venne confermato il suo comando, un pò per la popolarità, un pò perché non c'era altro da fare al momento, con i Giapponesi alle porte. Questi avevano pianificato azioni simultanee da eseguirsi con cronometrica precisione: sbarchi in Malayisia già alle 16.55 del 7 dicembre, 90 minuti dopo l'attacco a P.Harbour (dove sarebbero state le 7.55), e alle 22.30 attacco alle Filippine, per poi chiudere alle 23.30 con Hong Kong (7.30 locali); per la prima volta al mondo veniva dunque previsto un attacco globale, che dovesse addirittura tenere in considerazione i fusi orari per essere correttamente eseguito. Ma le cose non andarono precisamente come previsto, sebbene il risultato non fu diverso. Le forze americane delle Filippine erano consistenti. A Clark (Luzon) c'erano il 20° PS con 18 P-40B; il 28° BS con 9 B-17C e D, il 30° BS con altrettanti aerei e il 2° O.S. con 13 ricognitori.
[[File:Akutan_Zero_flies.jpg|350px|left|thumb|]]Per una incredibile 'botta di fortuna', un A6M2 cappottò in un atterraggio alle Aleutine. Il pilota avrebbe dovuto incendiarlo, ma invece rimase ucciso all'impatto. L'aereo, invece, era in buone condizioni. Fallito il tentativo di ritrovarlo da parte di un sottomarino, lo scoprirono settimane dopo gli americani, che lo rimisero in condizioni di volo e lo testarono, scoprendone i punti deboli: l'assenza di corazze e la scarsa velocità in picchiata. Un'operazione di intelligence che fu importantissima per i mesi successivi. L'Hellcat, però, era già in sviluppo, per cui l'antidoto anti-Zero fu in realtà il successivo Bearcat.
 
La Base di Del Monte (Mindanao) aveva il 14° BS con altri 9 B-17C e D; il 93° con 8 quadrimotori analoghi; la base di Del Carmen (Luzon) aveva il 34° PS con 18 P-35A; quella di Nichols (Luzon) con il 17° PS (18 P-40E), 21° (P-40E); infine a Iba (Luzon) c'era il 18° PS con altri 18 P-40E. Infine la USN con 28 idrovolanti Catalina PBY (Subic Bay).
 
A parte altre poche risorse di seconda linea, la forza maggiore disponibile per l'USAAF erano 107 P-40 di cui 35 in riserva, più 35 B-17. La PAF locale aveva 12 P-26A e 3 B-10B.
 
I Giapponesi erano in difficoltà, perché per il successo a P.Harbour erano richieste tutte le sei portaerei principali; così c'era poco da scegliere: o quelle leggere, oppure le basi a terra. Ma i bombardieri della Marina erano troppo vulnerabili se mandati in azione senza scorta. Al più si poteva organizzare un randez-vous con i caccia navali, ma questi erano ancora del tipo A5M sulle portaerei leggere. Tuttavia una soluzione c'era: il Tainan Kokutai, basato a terra con i nuovi A6M2 Mod.21 Zero, era ben deciso a dimostrare le capacità della macchina (e degli uomini che la pilotavano). In teoria il consumo orario era di 132 litri all'ora; con il serbatoio esterno c'erano 730 litri complessivi, per cui non c'era modo pratico di arrivare fino alle basi sulle Filippine, che richiedevano tra 1.900 e 2.300 km di autonomia. Ma gli esperti aviatori giapponesi (veterani per la maggior parte della Cina) avevano messo a punto una tecnica di volo speciale per massimizzare il percorso. Volando a 3.700 metri, a 218 kmh (1.700 giri.min dell'elica), permetteva di scendere ad appena 65-70 litri-ora, salendo a circa 10-11 ore di autonomia, e quindi circa 2.300 km. Le missioni di ricognizione erano iniziate il 2 dicembre 1941, mentre i piloti si stavano addestrando con grande meticolosità. I quadrimotori a Clark vennero identificati in 32, più 3 bimotori (forse i B-10 della PAF), e 71 caccia. In tutto i Giapponesi stimarono 300 aerei. I piani vennero preparati con grande meticolosità, lanciando all'attacco i bombardieri del 1 Kokutai, parte del Takao e del Tainan Kokutai, su Clark AB; e Iba dal Takao Kokutai, 3° Kokutai e Kanoya Kokutai. Il grosso dell'aviazione sarebbe decollato da Formosa, all'epoca sotto occupazione giapponese.
 
All'1 di notte vennero passati gli ordini per la missione e i piloti si prepararono per decollare alle 4 di notte. Ma alle 3 iniziò un raro fenomeno meteo: la nebbia, rara per quell'epoca, si levò tanto fitta da ridurre a 5 metri la visibilità. Dopo che venne annunciato il successo (alle 7 locali) dell'attacco a P.Harbour, i piloti erano tesisssimi: c'era il fondato timore che gli americani fossero già in volo verso la loro base, o stessero per attaccarla (come era successo già ai tempi dell'intervento sovietico, con risultati devastanti). Solo alle 9, finalmente, la nebbia si alzò e le missioni di volo iniziarono appena possibile, alle 10 di mattina. Stranamente, nessun aereo si era fatto vivo sulle loro basi. Il fatto che la nebbia coprisse le loro basi alla vista del nemico era di poca consolazione, perché nel migliore dei casi avrebbero mancato il loro principale obiettivo, la distruzione degli aerei americani al suolo. Ma nemmeno sapendo alle 3.30 locali dell'attacco, Mac Arthur riuscì a fare alcunché, tranne ordinare la massima allerta. Nonostante gli americani conoscessero molto bene la disposizione delle forze di Formosa (grazie a missioni di ricognizione fatte a propria volta) e la disponibilità dei formidabili B-17 (peraltro non c'erano bombardieri medi eccetto 3 B-10), non si ritenne di doverle attaccare. Alle 5.30 9 A5M e 13 B5N avevano già attaccato, decollando dalla RYUJO, la base di Davao, distruggendo due PBY contro un B5N danneggiato e costretto all'ammaraggio vicino alla flotta giapponese. Alle 7 arrivarono su Luzon 25 Ki-48: nonostante la loro provenienza (sempre da Formosa) la loro base non risultava interessata dalla nebbia) e così bombardarono Tuguegarao in perfetto orario, seguiti da 18 Ki-21 del 14° Sentai su di un altro obiettivo. Alle 8.30 altri 3 A5M4 -e 2 B5N- attaccarono dalla RUYJO e uno venne costretto ad atterrare dai danni subiti per via della contraerea. Il pilota sopravvisse, ma si suicidò per non finire prigioniero. Ma nemmeno questi attacchi ebbero effetto: gli americani non avevano praticamente nessun piano operativo organizzato. Decollarono numerosi aerei, alcuni giusto per evitare eventuali attacchi al suolo (B-17 in particolare).
 
Ma quando arrivarono i Giapponesi, fecero comunque danni enormi: 25 G3M2 del 1 Kokutai, 27 G4M1 del Takao Kokutai, 36 A6M2 del Tainan Kokutai per colpire Clark e Carmen; contro Iba, 27 G4M1 del Takao Kokutai, 27 G4M1 del Kanoya Kokutai, 38 A6M2 del 3 Kokutai, e 15 del Kainan Kokutai.
 
In tutto 106 G3M e G4M e 89 A6M, il meglio dei piloti e degli aerei della Marina. Giunsero proprio quando i B-17 erano appena atterrati, dopo le 12, per rifornirsi. Verso le 12,30 cominciarono ad attaccare gli stormi giapponesi: gli A6M colpirono i P-40 in atterraggio ad Iba, massacrando il 3° PS; a Clark i P-40 stavano decollando quando le bombe cominciarono ad esplodere con grande precisione sulla pista, e in tutto vennero uccisi quattro piloti nei loro abitacoli; in tutto vennero distrutti più di 20 P-40 e ben 14 B-17, ovvero il 40% del totale della flotta di Fortress. Solo 3 P-40B del 20° PS e 6 P-40E del 3° PS riuscirono ad impegnare gli aggressori, abbattendone uno (Y.Hirose), perdendo due aerei dei loro; poco dopo giunsero anche i caccia del 3° Kokutai, che però persero due dei loro, uno dei quali da Keator, che già aveva abbattuto uno Zero. Stranamente, però, i peggiori nemici degli Zero sembrarono i P-35; su del Carmen i giapponesi persero 4 aerei, tre dei quali rivendicati da questi vecchi caccia del 34° PS. Ma tutto questo non era stato sufficiente. Basi devastate, vittime a centinaia, e la perdita di quasi tutte le infrastrutture. A terra vennero distrutti 49 aerei e in aria vennero perduti altri nove esemplari, tutti P-40. In tutto i Giapponesi persero solo 8 aerei per questo successo, che azzerò la capacità americana di reagire con bombardamenti di ritorsione: sette Zero e un G4M, quest'ultimo danneggiato e costretto ad un atterraggio d'emergenza. Visti i pochi P-40 in aria, non è chiaro quanto i G4M siano stati risparmiati dalla presenza degli Zero, ma di sicuro l'azione nel suo insieme fu una completa sorpresa (all'epoca non c'era il radar nelle Filippine, lo stavano giusto collaudando a P.Harbour) e gli americani vennero duramente battuti. Paradossalmente, se i Giapponesi avessero attaccato all'ora prevista avrebbero trovato gran parte degli aerei americani in aria, ottenendo di meno e subendo di più. Invece li trovarono appena atterrati per mancanza di carburante. Con gli standard moderni, definire il comportamento dei comandi USA è imbarazzante. Far decollare gli aerei senza nessun obiettivo se non evitare la distruzione completa al suolo, pur avendo numerosi e ben armati bombardieri strategici, invece che mandarli contro le forze di una nazione che aveva dichiarato guerra ed era passata subito alle vie di fatto. Ma data l'emergenza MacArthur venne risparmiato e così il 'Giulio Cesare del Pacifico' poté continuare a comandare, perdere l'arcipelago e pronunciare poi il celebre 'ritornerò' prima di imbarcarsi per l'America. Mantenne la promessa e rimase nella Storia come uno dei più grandi capi militari moderni. Per gli ammiragli e i generali delle Hawaii, invece, non vi fu altrettanta comprensione, pur essendo a migliaia di km dalle più avanzate basi nemiche e venissero attaccati in completa sorpresa.
 
Nel prosieguo delle fasi iniziali del conflitto, lo Zero falciò chiunque gli si mettesse contro. Sakai, che già abbatté un caccia P-40 durante la prima giornata di guerra, fu presto in grado di accreditarsi decine di vittorie, doppiette su di un P-39 e anche l'abbattimento di un B-17, sfruttando la potenza dei cannoni da 20 mm. In tutto ottenne così circa 60 vittorie (finirà la carriera con 64 successi accreditati), non male per uno che alla prima missione, pur abbattendo un aereo nemico, fu pesantemente redarguito per il modo 'stupido' di combattere rischiando troppo. Ma imparò la lezione e non sbagliò più.
 
Fino a quando non capitò su Guadalcanal. ''Guadalcanal! Noi non sapevamo nemmeno che cosa fosse prima di quella mattina''. Divenne invece il fulcro del confronto tra USA e Giappone, un posto maledetto per uomini e macchine. Era il primo pomeriggio quando il Tainan Kokutai venne mandato a bombardare le navi americane in mare: 18 caccia in scorta a 27 bombardieri. Sakai vide che non c'erano caccia, e mentre i bombardieri picchiavano sulle unità americane, si guardava attorno. Avvistò improvvisamente 8 aerei. Si lanciò subito all'attacco, pensando di sorprenderli. Ma c'era qualcosa che non andava: ''Se vogliono combattere, dovranno allargare la formazione!'' E invece la stavano stringendo. Sakai non capiva cosa stesse succedendo. Poi giunto a 300 metri, si accorse che era caduto in una trappola. ''Avevo pensato che fossero caccia, ma no! Erano bombardieri TBF e non c'é da stupirsi se stessero stringendo la formazione''. I tozzi bombardieri Grumman TBF non sembravano, da distanza, molto diversi rispetto ai Wildcat. Sakai gli andò addosso a tutto gas e per quando si accorse della differenza era troppo tardi. Non solo l'avevano visto, ma in quel momento sedici mitragliatrici lo stavano puntando, e la metà erano di grosso calibro. Sakai sparò aggrappandosi selvaggiamente al pulsante, a quel punto non c'era nient'altro da fare perché anche manovrare per scappare avrebbe significato esporsi al fuoco nemico. Fu centrato in pieno da numerosi proiettili e lo Zero andò giù. Sakai si riprese, si accorse di avere una profonda ferita alla testa, del sangue. Pensò: se devo morire, voglio trascinare con me una nave americana. Ma non vedeva nessuna nave: non vedeva niente. Era ferito anche agli occhi e uno in particolare. Tentò stropicciandoseli di guadagnare una minima visuale, e alla fine riuscì a vedere qualcosa da uno di essi. Era lì, ferito, con lo Zero crivellato di proiettili, nella missione 'più lunga' a cui era stato assegnato, e quasi non vedeva nulla. All'epoca non c'era il GPS, INS, pilota automatico e così via, nemmeno le radio giapponesi erano affidabili. Ma lui riuscì a tornare alla base praticamente da solo, dandosi pugni in testa per non perdere i sensi. Quando scese dall'aereo sentì i suoi avieri e compagni assiemarsi attorno a lui e dargli pacche sulle spalle. Uno gli gridò: 'Sakai! Non dire mai la parola muoio!'. Saburo rimase per mesi in ospedale, ma non recuperò più l'occhio ferito, anche se salvò fortunosamente l'altro. In seguito tornò a combattere, ma le cose erano diventate più difficili.
 
 
[[File:Akutan_Zero_flies.jpg|350px|left|thumb|]]Per una incredibile 'botta di fortuna', un A6M2 cappottò in un atterraggio alle Aleutine. Il pilota avrebbe dovuto incendiarlo, ma invece rimase ucciso all'impatto. L'aereo, invece, era in buone condizioni. Fallito il tentativo di ritrovarlo da parte di un sottomarino, lo scoprirono settimane dopo gli americani, che lo rimisero in condizioni di volo e lo testarono, scoprendone i punti deboli: l'assenza di corazze e la scarsa velocità in picchiata. Un'operazione di intelligence che fu importantissima per i mesi successivi. L'Hellcat, però, era già in sviluppo, per cui l'antidoto anti-Zero fu in realtà il successivo Bearcat. In ogni caso, Sakai dell'Hellcat dichiarò: ''era più veloce, più armato, più robusto. Eccetto che per il raggio di virata e l'autonomia, per tutto il resto era superiore allo Zero''.
 
Contro i P-40 a difesa dell’Australia, gli A6M2 si batterono bene, ma con un rateo di vittorie non particolarmente favorevole<ref>Vedi Vaccari ott 2003</ref>. L’AVG, invece, nonostante i continui proclami di vittoria contro gli Zero, affrontò soprattutto i Ki-27, che pure erano dotati di carrello fisso e quindi facilmente riconoscibili; oppure i Ki-43, più veloci e temibili. Gli Zero avevano altro da fare che esser abbattuti in massa dagli Americani, tanto che non pare che questi si ritrovarono mai a che fare con le Tigri Volanti: il loro avversario era l'aviazione dell'Esercito.
La prima prova vittoriosa contro la Gran Bretagna fu nell’incursione dell’aprile 1942, compiuta dalla Marina giapponese nell’Oceano indiano. Un’iniziativa che ebbe molto successo, ma anche criticabile per avere distolto forze necessarie per sostenere la successiva battaglia del Mar dei Coralli. In ogni caso, consentì di cacciare via gli Inglesi dall’Oceano Indiano e gli inflisse gravissime perdite. Contro la sessantina di Hurricane Mk I e II di Colombo gli Zero fecero il tiro a segno. Nel primo scontro ne distrussero 21 (oltre a 4 di sei Fulmar), contro un’unica perdita e qualche bombardiere D3A, i bersagli principali dei caccia inglesi. Nella seconda battaglia andò un po’ meglio, 2 bombardieri e 3 Zero persi contro 8 Hurricane. Alla fine però gli Zero ebbero modo di abbattere 29 Hurricane e 4 Fulmar contro appena 4 perdite loro, e si badi bene che questi non sono risultati dichiarati ma perdite reali, pari a circa 8:1 (7:1 contro i soli Hurricane)<ref>Vaccari, Incursione nell'Oceano Indiano, Rivista Storica Ago 1995 </ref>. In quell'occasione, in tutto, i Giapponesi subirono la perdita di 18 aerei, 6 dei quali Zero (altri due vennero abbattuti dai Blenheim, che nel loro piccolo si dimostrarono nemici più pericolosi degli Hurricane, avendo perso in contraccambio 'solo' 5 aerei), distruggendone una sessantina, affondando oltre 100.000 t di naviglio, due incrociatori pesanti e la portaerei Hermes, e in definitiva cacciando via i Britannici da quell'Oceano. Anche se ebbe successo, quell'azione vide poi cocenti critiche per avere distolto preziose risorse in un momento decisivo: nel maggio successivo, infatti, i Giapponesi non riusciranno a vincere la Battaglia del Mar dei Coralli, decisiva per la difesa dell'Australia.
 
Gli Zero, come si è accennato, trovarono duri opponenti nei caccia americani ed erano stati sconfitti dai P-40 nell’ultima battaglia a difesa dell’Australia, nell'estate del’42. Ma nel ’43 ritornarono col solito compito di scortare i G4M, stavolta trovandosi contro gli Spitfire Mk V. Il prestigioso caccia britannico era presente in almeno un centinaio di esemplari e c’erano anche piloti esperti e una copertura radar. I Giapponesi si presentarono con gli A6M3, potenziati rispetto agli A6M2, anche se con minore autonomia, il che spesso si rivelava fatale nelle lunghe missioni sul mare. Ad ogni modo, il loro armamento era adesso potenziato: pur conservando l’alimentazione a tamburo, i cannoni Tipo 99 avevano ora 100 colpi l’uno ovvero circa 11 secondi, più che sufficienti per un impiego generoso dei cannoni in ogni fase del combattimento aereo. Quando i piloti degli Spit, spesso veterani in Europa dove erano abituati a vincere con rapide manovre ogni avversario, si trovarono ad affrontarli, pensarono di avere successi facili con i loro potenti mezzi. Ma gli Zero, nonostante l’alta quota, erano perfettamente in grado di contrastarli e finì come con gli Hurricane l’anno prima: in pochi combattimenti sostenuti in quell'estate, vi furono ben 21-26 Spit abbattuti contro appena 3-4 Zero, oltre a pochi bombardieri. Gli Spit le presero anche contro i Ki-43, che si permisero di abbatterne due contro un’unica perdita loro durante l’unica incursione dell’Esercito giapponese<ref>Vedi Vaccari ott 2003</ref>.
 
Questo per dire quanto gli Zero fossero pericolosi, specie con chi cercava di duellarci. Il cortocircuito logico è che in Europa gli Spit erano capaci di battersi contro i Bf-109 che facevano invece strage di P-40, mentre in Australia gli Spitfire persero malamente contro gli Zero e i P-40 pareggiarono. Detta così è un controsenso, ma come si è visto vi erano vari altri aspetti da valutare, tra cui il potenziamento degli Zero e l’esperienza dei suoi piloti del 202 Kokutai. Se si considera queste pur limitate esperienze, quindi, questo caccia, per quanto limitato in potenza, ottenne sugli Spitfire un rapporto abbattimenti-perdite agevolmente superiore a quello dei ben più possenti FW-190A, che già seminarono sgomento nella RAF (pur non andando molto oltre il 2:1).
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