Differenze tra le versioni di "Impresa sociale di comunità/Forme giuridiche"

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=== Tipologie, modelli e strumenti ===
La presente riflessione è stata sviluppata a partire dalla consapevolezza che del modello multistakeholder non vi siano numerosi riscontri empirici, né paiono particolarmente differenziate e innovative le opzioni organizzative e di autodisciplina ispirate a questa “filosofia” di governance, sperimentate sino ad ora. Per quanto sia vero che la connotazione in senso multistakeholder di un modello di governo dell’impresa sociale dipende primariamente e principalmente dalla composizione della base sociale, qui abbiamo provato a concentrarci soprattutto sulle applicazioni di carattere organizzativo e gestionale che tale modello può ammettere. <br/>
Alla descrizione dello scenario relativo alle discipline di sistema è seguita l’illustrazione degli strumenti utilizzabili per declinare la governance delle singole imprese di comunità coerentemente al citato modello di riferimento. Inoltre, sono state presentate talune prospettive di autoregolazione che assecondano l’esigenza che si sviluppino sistemi di relazioni inter-organizzative del tutto peculiari. <br/>
Questi sistemi, ove si formino – ovvero vi sia una propensione a crearli – in ragione principale della contiguità territoriale di più imprese di comunità e di altri operatori, si possono infatti rafforzare, per tramite degli strumenti giuridici presentati, sfruttando il grado di condivisione dell’ambito di attività, la tipologia di utenza, la matrice culturale (ed altri fattori ancora) delle medesime.<br/>
Muovendo dalle indicazioni espresse sino a questo punto, enucleate da un’indagine condotta contestualmente sul piano teorico del diritto dell’impresa sociale e sulla scorta delle prime esperienze maturate dalle imprese di comunità, è ora possibile concludere con alcune note di sintesi.<br/>
Una volta che sia stata compiuta una scelta tra le forme giuridiche disponibili per la costituzione di un’impresa di comunità, le imprese strutturate e coese potranno profittare dell’adozione del sistema di amministrazione e controllo dualistico, nonché della costituzione di organi intermedi, quale il comitato di supervisione, e di codici di autoregolazione del primo tipo descritto.<br/>
Le imprese in cui gli stakeholder abbiano caratteristiche differenti (per matrice culturale, settore di maturazione delle esperienze lavorative, ecc.) potranno giovarsi dell’adozione di un sistema di amministrazione e di altri organi di matrice autoregolamentare che contemplino membri indipendenti dotati di adeguati requisiti di esperienza e/o professionalità. <br/>
Anche non considerando ipotesi di drastici conflitti, e si pongano più circoscritti problemi di coordinamento dei rispettivi “linguaggi”, quella rappresentanza può aiutare a ''veicolare la condivisione di soluzioni operative'' laddove, ad esempio, si tratti di fare convergere le ragioni di chi nell’impresa possieda competenze più spiccatamente connesse al processo di start-up dell’impresa e alla gestione dell’attività, con quelle di chi provenga da altre organizzazioni del territorio (quali banche, altri enti non profit, ecc.). Lo stesso varrà nel caso in cui il legame tra gli stakeholder sia imputabile in misura più marcata a fattori di prossimità che non a fattori di appartenenza alla comunità e di radicamento nella medesima. In questo contesto potrà essere utile affiancare alle esistenti espressioni di autoregolazione anche un codice etico, sulla scorta delle motivazioni precedentemente illustrate.<br/>
L’adozione di codici di autoregolazione della rete, infine, rappresenta un’opzione meritevole di sperimentazione quale che sia l’ampiezza della base sociale dell’impresa di comunità. <br/>
Evidentemente essa sarà indicata allorché questa faccia parte di una rete contrattuale e/o proprietaria consolidata. Ma va precisato che codici del genere possono essere utili anche laddove la rete che connette i diversi operatori sia costituita in senso orizzontale, sulla base di relazioni che si attivano in rapporto alla realizzazione di dati progetti o iniziative e tra soggetti che non siano altrimenti legati da rapporti di gerarchia.<br/>
Si consideri da ultimo che questa espressione dell’autoregolazione imprenditoriale – ancora poco praticata per quanto corrisponda esattamente alle esigenze degli operatori che appartengono a un network – meglio di altre consente di formalizzare soluzioni organizzative di rete adatte ai caratteri specifici di imprese tra loro collegate da sistemi debolmente connessi. Pertanto essa potrà rivelarsi adeguata nel caso in cui la dimensione dell’impresa di comunità sia ridotta e vi sia l’intento di mantenerla tale, così da preservare un sistema relazionale tendenzialmente informale e poco costoso, per quanto l’impresa intrattenga rapporti molteplici e diversificati con più classi di stakeholder (a cominciare con quella dei beneficiari della propria attività).
 
 
{{Risorse|1=
 
Bosi G., Modelli di autoregolamentazione nelle reti di imprese, in Cafaggi F. (a cura di), Reti di imprese tra regolazione e norme sociali, Il Mulino, Bologna 2004, pp. 233-278.<br/>
 
Capecchi M., Evoluzione del terzo settore e disciplina civilistica. Dagli enti non lucrativi alla “impresa sociale”, Cedam, Padova 2005.<br/>
 
De Giorgi M. V. (a cura di), La nuova disciplina dell’impresa sociale, Commentario al D. Lgs. 24 marzo 2006, n. 155, Cedam, Padova 2007.<br/>
 
Fazzi L., Governance, partecipazione e impresa sociale, Quaderni di Restore, Trento 2007.
 
Fici A., Galletti D. (a cura di), Commentario al decreto sull’impresa sociale (D.lgs. 24 marzo 2006, n. 155), Giappichelli, Torino 2007.<br/>
 
Sacconi L., Impresa non profit: efficienza, ideologia e codice etico, in Cafaggi F. (a cura di), Modelli di governo, riforma dello stato sociale e terzo settore, Il Mulino, Bologna 2002, pp. 257-340.}}
 
 
 
 
 
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