Differenze tra le versioni di "Impresa sociale di comunità/Forme giuridiche"

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{{Collegamento|1=''Sul ruolo degli stakeholder nella governance dell’impresa si veda il capitolo nono'' – [[Impresa sociale di comunità/Governance|Governance]].''}}
 
 
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Opportuna potrebbe essere la previsione statutaria di un ''limite di permanenza'' nella carica degli amministratori “esecutivi” (presidente del c.d.a., amministratori delegati), quando non dello stesso direttore generale della cooperativa (o della associazione). In tal modo si potrebbero rassicurare gli stakeholder circa il fatto che non si genereranno “incrostazioni” di potere che possano compromettere il perseguimento degli scopi sociali. Sarebbe opportuno tuttavia che il limite non fosse né tanto breve (ad esempio pochi anni) da disincentivare la formazione di un capitale professionale e reputazionale significativo, né tanto lungo da non fornire sufficienti garanzie di indipendenza. Inoltre dovrebbero essere possibili tanto la ''rielezione'', una volta trascorso un periodo di tempo sufficiente dalla decadenza, quanto nel frattempo la ''partecipazione ad un altro organo “di prestigio”'' dell’organizzazione, al fine di non perdere il contributo delle capacità professionali e reputazionali della persona interessata.}}
 
 
=== La formazione di organi intermedi e di controllo ===
Come si è visto, nelle cooperative è possibile adottare il ''modello dualistico'', che vede la creazione di un organo, il consiglio di sorveglianza, dotato di funzioni strategiche e di controllo. <br/>
Lo stesso modello può essere replicato quanto alle associazioni ed alle fondazioni (del resto l’archetipo è costituito proprio dalle fondazioni bancarie).<br/>
Il consiglio di sorveglianza ha, come si è visto, funzioni di controllo interno e sulla gestione, e può assumere anche funzioni amministrative, sia pur limitate alla predisposizione dei piani strategici, se ciò sia sancito dallo statuto.<br/>
Gli stakeholder potrebbero tuttavia essere inseriti altresì, tramite loro rappresentanti eletti dall’assemblea, ed anche in parte designati all’esterno, sulla base di clausole contenute in contratti e protocolli di intesa intercorrenti con altre organizzazioni non profit od enti territoriali, in ''appositi organi atipici'', non disciplinati dalla legge, che andrebbero ad arricchire l’organizzazione interna.<br/>
Si ritiene infatti che ciò possa essere sancito, tramite l’esercizio dell’autonomia statutaria, purché non sia con ciò compromessa la suddivisione delle competenze fra gli organi tipici prescritta dalla legge, snaturando il modello legale.
 
 
{{in_pratica|1= <br/>
Ad esempio i destinatari, anche indiretti, delle prestazioni (si pensi ai parenti dei beneficiari dei servizi di assistenza) potrebbero sedere in un “''comitato di supervisione''” (o di sorveglianza, ecc.), le cui funzioni dovrebbero essere regolate dallo statuto, secondo la logica della “partecipazione”, in senso multistakeholder (e v. l’art. 12 del d. lgs. n. 155/2006).}}
 
 
L’atto costitutivo potrebbe così rendere il comitato in questione destinatario di ''flussi informativi'' periodici e sufficienti a rendere i partecipanti edotti della situazione dell’organizzazione, così da adottare le decisioni che loro competono. <br/>
L’apporto del comitato alla effettiva adozione delle scelte strategiche e di gestione dovrebbe essere attentamente valutato, essendo elevati i rischi che si formino conflitti di interesse rispetto ai fini dell’organizzazione, oppure situazioni di inerzia “strutturale” che rendano l’organo intermedio incapace di esprimersi.
 
 
{{in_pratica|1= <br/>
Ad esempio, lo statuto potrebbe prescrivere l’obbligo per il c.d.a. di assumere, prima di decidere, il parere del comitato su certe decisioni che siano di interesse per i membri di quest’ultimo; il parere potrebbe essere preferibilmente non vincolante, dando luogo in caso di decisione difforme da esso del c.d.a. ad un obbligo di motivare le ragioni dello scostamento (c.d. comply or explain), motivazione reale e non apparente, così da non creare disaffezioni per gli stakeholder. La mancata adozione del parere entro un congruo lasso temporale non dovrebbe avere l’efficacia di arrestare la decisione dell’organo amministrativo.}}
 
 
 
 
 
 
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