Differenze tra le versioni di "Impresa sociale di comunità/Forme giuridiche"

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Gli amministratori nominati dagli stakeholder, in forza di poteri statutari, oppure di apposita previsione di voto di lista, possono essere resi indipendenti introducendo appositi requisiti statutari di professionalità e di indipendenza, che segnino la loro autonomia rispetto ai soci fondatori ed agli amministratori “esecutivi”, a somiglianza di quanto accade per le società quotate.<br/>
La cooperativa può inoltre adottare il modello di amministrazione ''dualistico'' (art. 2544 c. 2 c.c.), regolato per le s.p.a., nel qual caso i membri del ''consiglio di sorveglianza'' scelti dai soci cooperatori debbono essere soci (oppure designati dai soci persone giuridiche). In tal modo, si dà vita ad un organo intermedio (il consiglio di sorveglianza) fra assemblea ed organo amministrativo esecutivo (il ''consiglio di gestione''), consentendo così anche in ipotesi a taluni stakeholder di partecipare alla funzione di controllo sul rispetto dei fini dell’organizzazione, nonché alla predisposizione degli indirizzi strategici, laddove le vere e proprie scelte imprenditoriali “quotidiane” sono affidate ad un organo ristretto, nel quale gli stakeholder potrebbero non essere presenti (così da non assumere neppure le relative e potenzialmente gravi responsabilità).
 
 
{{Collegamento|1=''Sul ruolo degli stakeholder nella governance dell’impresa si veda il capitolo nono'' – [[Impresa sociale di comunità/Governance|Governance]].''}}
 
 
Adottando ancora, ed in alternativa, il sistema monistico (art. 2544 c. 3 c.c.), si accoglie una struttura organizzativa ove all’interno del consiglio di amministrazione si dà vita ad un ''comitato per il controllo sulla gestione'' (ove siedono amministratori “indipendenti”), e volendo ancora ad un ''comitato esecutivo ristretto'', del quale comunque i rappresentanti degli stakeholder che non siano altresì soci cooperatori non possono far parte per legge.
 
 
{{in_pratica|1= <br/>
Opportuna potrebbe essere la previsione statutaria di un ''limite di permanenza'' nella carica degli amministratori “esecutivi” (presidente del c.d.a., amministratori delegati), quando non dello stesso direttore generale della cooperativa (o della associazione). In tal modo si potrebbero rassicurare gli stakeholder circa il fatto che non si genereranno “incrostazioni” di potere che possano compromettere il perseguimento degli scopi sociali. Sarebbe opportuno tuttavia che il limite non fosse né tanto breve (ad esempio pochi anni) da disincentivare la formazione di un capitale professionale e reputazionale significativo, né tanto lungo da non fornire sufficienti garanzie di indipendenza. Inoltre dovrebbero essere possibili tanto la ''rielezione'', una volta trascorso un periodo di tempo sufficiente dalla decadenza, quanto nel frattempo la ''partecipazione ad un altro organo “di prestigio”'' dell’organizzazione, al fine di non perdere il contributo delle capacità professionali e reputazionali della persona interessata.}}
 
 
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