Pluralismo religioso in prospettiva ebraica/Pluralismo, giustificazione, politica

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Orologio scolpito in ceramica, di Michael Silverstone. L'orologio, appeso sul Muro Occidentale, mostra i simboli delle Dodici tribù di Israele: Reuven, Shimon, Levi, Judah, Issachar, Zabulon, Dan, Neftali, Gad, Asher, Joseph e Binyamin. Al centro dell'orologio c'è un rilievo del Tempio e del Monte del Tempio.

Pluralismo religioso, giustificazione e politicaModifica

Ebraismo e pluralismo religiosoModifica

Le prime due sezioni forniscono molti dati storici per illustrare la mia posizione secondo cui non possiamo parlare di "religione" in termini generali astratti. È solo quando comprendiamo una tradizione religiosa nei suoi propri termini che possiamo iniziare a sviluppare una prospettiva sul ruolo della religione nella vita contemporanea. Allora cosa può dirci la storia dell'ebraismo sul problema dell'omogeneizzazione globale della cultura? Nell'ultima sezione di questo studio, rifletto sui dati storici da una prospettiva teologica. In qualità di teologo ebreo, considero tutte le fonti sacre dell'ebraismo (comprese quelle bibliche, rabbiniche, filosofiche e mistiche) come la fonte da cui attingo la saggezza che mi permette di dare un senso alla vita e di rispondere alle sfide contemporanee, compresa la sfida della globalizzazione. Parlando sulla base delle fonti dell'ebraismo, offro alcune riflessioni sulla sfida della globalizzazione non come conclusioni precise e argomentate in senso stretto, ma come suggerimenti per un'ulteriore riflessione.

Il pluralismo è un bene umanoModifica

L'esperienza storica del popolo ebraico insegna la necessità di proteggere l'unicità dei gruppi e degli individui dalle richieste di omogeneizzazione. Nel loro rifiuto di principio di essere qualcosa di diverso da quello che sono, gli ebrei nel corso dei secoli in effetti hanno detto "rispetta la nostra differenza; permettici di essere chi siamo; non assimilarci alla tua autocomprensione; non imporci i tuoi valori, credenze, sensibilità e rituali, perché non siamo te". Nella loro presenza persistente e nei loro intensi dibattiti interni, gli ebrei sono una testimonianza del valore del pluralismo sia nei confronti delle altre tradizioni sia all'interno dello stesso ebraismo. Pertanto, io sostengo che il pluralismo è di per sé un bene: una società che ammette la diversità religiosa è migliore di una società in cui solo una visione o una prospettiva può fiorire. Questo messaggio è particolarmente rilevante oggi in un mondo che sta diventando sempre più omogeneo, dove le differenze culturali sono state offuscate e le culture locali e le tradizioni religiose sono a rischio di estinzione. La storia degli ebrei ci suggerisce che ogni volta che viene permesso a una sola forma di autoespressione umana (sia essa religiosa o secolare) di fiorire, ne deriva necessariamente ingiustizia, perché altre forme devono essere oppresse, emarginate o cancellate. La stessa tenacia del popolo ebraico rappresenta una sfida contro l'uniformità e il conformismo.

Lo stesso vale per l'ebraismo stesso. Gli ebrei moderni devono ricordarsi che l'ebraismo tradizionale non è mai stato monolitico, anche se fino al periodo moderno gli ebrei hanno accettato la versione rabbinica come normativa. Gli ebrei sono stati in disaccordo sul significato dell'ebraismo anche nel periodo premoderno: nel X secolo i Caraiti sfidarono l'autorità dei rabbini e nel XIII secolo i filosofi discussero il vero significato del monoteismo ebraico. Le pratiche non meno delle credenze furono oggetto di accesi dibattiti, specialmente quando ebrei di diverse regioni furono costretti a convivere a causa di espulsioni e migrazioni. La diversità ebraica interna è stata intensificata nel periodo moderno perché nessun ente comunitario ha alcuna autorità sugli ebrei. Pertanto, qualsiasi tentativo di rendere una versione dell'ebraismo l'unica versione "autentica" è storicamente, teologicamente e politicamente discutibile. Storicamente, nega l'effettiva pluralità di opinioni nell'ambito dell'ebraismo; teologicamente è, almeno a mio avviso, una lettura errata del monoteismo ebraico; e politicamente, porta alla coercizione religiosa in cui gli ebrei commettono ingiustizie gli uni contro gli altri. La coercizione religiosa è in conflitto non solo con il principio democratico della libertà di pensare e di credere, ma anche con alcuni dei più profondi insegnamenti religiosi dell'ebraismo che consigliano pace, tolleranza, rispetto e amore per l’Altro. Imporre una sola interpretazione dell'ebraismo, escludendo tutte le altre, è un grave errore.

Giustificazioni religiose per il pluralismoModifica

Il mio sostegno al pluralismo religioso e all'opposizione alla coercizione religiosa (tra ebrei e non ebrei, o tra ebrei) può sembrare contrario alle affermazioni del monoteismo. Dal momento che il monoteismo, dopo tutto, afferma l'esistenza di un solo Dio, lo stesso monoteismo ebraico non legittima forse la lotta contro gli "dèi contendenti"? Non a mio modesto parere. Il monoteismo ebraico, per come lo intendo io, è compatibile con il pluralismo perché afferma che la vera unità appartiene solo a Dio e non agli esseri umani, nemmeno agli esseri umani che parlano in nome di Dio o di una verità assoluta. L'unità e la verità appartengono a Dio perché Dio è il Creatore di tutte le cose e tutte le cose alla fine devono la loro esistenza a Dio. Poiché l'ordine creato, per definizione, è governato dalla molteplicità e non dall'unità, qualsiasi tentativo delle creature di imporre l'uniformità di una visione singolare nel mondo creato significa fingere impropriamente di essere Dio, conoscere la mente di Dio e dire la verità di Dio come Dio la conosce. Questo, credo, è il segno dell'arroganza umana, l’hybris che è alla base di tanti conflitti etnici, politici e religiosi nella società umana. Tale hybris si basa sull'idea errata che gli esseri umani possano, in linea di principio, possedere l'intera verità. Ma la verità divina è infinita; non può mai essere esaurita da una sua versione umana. La verità divina è sempre più grande, più profonda, più complessa e più sottile di quanto qualsiasi prospettiva umana possa esprimere. Quando gli esseri umani cercano di "giocare a fare Dio", danno necessariamente a ciò che è finito, parziale e incompleto lo status di infinito, pieno e completo. In altre parole, se permettiamo a una sola versione parziale della verità infinita di dominare tutte le altre, propaghiamo necessariamente l'errore e commettiamo ingiustizia opprimendo, emarginando o cancellando altre visioni della realtà.

Qualsiasi forma di coercizione ideativa (religiosa o secolare) ignora anche un'altra profonda intuizione del monoteismo ebraico: la convinzione che tutti gli esseri umani siano creati a immagine divina. Nonostante le differenze radicali tra il creato e il Creatore, il monoteismo ebraico afferma che gli esseri umani sono, in un certo senso, come Dio. Indipendentemente da come interpretiamo il significato dell'"immagine divina" (ad esempio, come l'anima umana, l'intelletto umano da solo o qualche valore umano intrinseco), la convinzione che tutti gli esseri umani siano creati da Dio a Sua immagine rende qualsiasi tentativo di diminuire l'umanità di un'altra persona o di un altro gruppo un peccato contro Dio. La disumanizzazione degli altri, attraverso la coercizione, l'oppressione, lo sfruttamento, l'abuso, la tortura o l'emarginazione, sono tutti reati contro l'aspetto divino della natura umana. Gli esseri umani commettono tali reati proprio perché gli esseri umani non sono Dio. La storia della razza umana è stata quindi piena di guerre, conflitti, sofferenze, torture e ingiustizie, perché noi tutti non siamo riusciti a essere all'altezza dell'aspetto divino in noi, sebbene possiamo parlare in nome della verità assoluta, dei testi sacri, e autorità religiose. È solo quando ricordiamo che tutti gli esseri umani sono creati a immagine di Dio che possiamo iniziare a onorare le differenze e rispettare l’alterità di coloro che sono diversi da noi.

Molta intolleranza religiosa nel corso dei secoli è stata commessa in nome dello status divinamente rivelato di certe affermazioni di verità. Presumibilmente, una data tradizione religiosa, o una sua interpretazione, ha uno status assoluto perché è rivelata da Dio. Ma io sostengo che una lettura pluralistica del monoteismo ebraico sia compatibile con la fede nella rivelazione divina perché, come disse Abraham Joshua Heschel, "l'ebraismo si basa su un minimo di rivelazione e un massimo di interpretazione, sulla volontà di Dio e sulla comprensione di Israele".[1] Seguendo l'interpretazione di Martin Buber riguardo alla rivelazione divina come risposta umana alla presenza di Dio, anch'io insisto sul fatto che si può accedere alla rivelazione divina solo attraverso l'interpretazione. Ma quest'ultima, ahimè, è un'attività umana soggetta ad ambiguità e opacità, che necessariamente sfociano nella diversità. Gli stessi rabbini erano consapevoli di questo principio quando distinguevano tra ciò che viene da Dio e ciò che è regolamentato dagli esseri umani. Le risposte alla presenza di Dio sono sempre parziali, incomplete e fallibili. L'ebraismo ha potuto evolversi nel corso dei secoli attraverso l'attività dell'interpretazione, che ha dato origine a diverse visioni della verità infinita. Qualsiasi tentativo di arrestare il processo, sostenendo che una sola lettura dell'ebraismo è la versione esclusiva e autentica, in effetti vuol dire minare una delle principali fonti di sopravvivenza e vitalità ebraica. L'ebraismo continuerà a crescere e rispondere alle sfide future solo se l'interpretazione sarà mantenuta viva, determinando, a sua volta, un pluralismo di opinioni e pratiche.

Finora ho sostenuto che la pluralità di punti di vista, prospettive e pratiche, è essa stessa un segno dell'ordine creato. Nell'ordine creato le cose sono quello che sono perché limitate da confini che segnano l'identità: per essere qualcosa, una cosa deve essere distinta da ciò che non è. L'affermazione del sé, quindi, implica necessariamente l'affermazione dell’alterità. Vi è un'ampia ricerca psicologica, soprattutto da parte dei cosiddetti psicologi della "relazione oggettuale", per supportare questa affermazione. Nell'ebraismo, la necessità dei confini è trasmessa nella narrativa biblica della creazione. Nella Genesi, il mondo è nato come un atto di separazione di elementi l'uno dall'altro: i cieli sono separati dalla terra, l'acqua dalla terraferma, la vegetazione dalla vita animale e gli esseri umani dagli animali. La creazione, quindi, non è rappresentata come un atto di portare l'esistenza dalla non-esistenza, ma come un atto di porre limiti, delineare confini e affermare differenze. La dottrina religiosa della creazione sancisce la differenza.

La dottrina della creazione (da non confondere con il creazionismo) è alla base della visione ebraica della realtà.[2] Dalla separazione tra il Creatore e il creato, il divino e l'umano, o Dio e natura, attraverso la separazione tra il santo e profano, il permesso e il proibito, fino alla separazione tra Israele e le nazioni, l'ebraismo afferma esplicitamente la necessità di confini e l'istituzione di differenze. I numerosi comandamenti riguardo al tempo, al luogo, alle relazioni sociali, al corpo e ai rituali religiosi, illustrano tutti la centralità dei confini nell'autocomprensione ebraica. Allo stesso tempo, la condotta peccaminosa è vista in termini di attraversamento o offuscamento dei confini stabiliti dalla rivelazione divina (che si accorda coi principi che hanno informato l'atto di creazione iniziale da parte di Dio). Mettere le cose a parte, separarle tra loro e trattarle secondo il loro giusto status è al centro della condotta religiosa ebraica.

Tuttavia i confini, come abbiamo visto nella rassegna storica del passato ebraico, non escludono l'interazione. Mi sia consentito di esplorare questa idea su basi teologiche. In un sistema di credenze basato sulla creazione, cosa potrebbe esserci di più altro di Dio? Il monoteismo ebraico afferma che il Dio Creatore è l’Altro Totale, il Quale è diverso da qualsiasi altra cosa. Nel Medioevo, i filosofi ebrei spiegarono ulteriormente come l'unicità di Dio sia diversa dall'unità delle cose discrete e come Dio sia unico e inconoscibile. Nonostante la differenza radicale tra Dio e il mondo creato, il Dio dell'ebraismo non è solo trascendente ma anche imminente nel mondo che Egli ha creato. Dio è presente in qualche modo sia nel mondo naturale che nella storia umana, in modo tale che è possibile una relazione con il Dio Creatore. Inoltre, la convinzione che Dio abbia rivelato la Sua volontà nella forma della Torah è il modo in cui l'ebraismoo rende chiaro che gli esseri umani possono interagire con Dio. In altre parole, anche la differenza radicale, come la differenza tra Dio e gli esseri umani creati, non esclude la relazione, il rapporto con Dio. Infatti, nel filone mistico dell'ebraismo, la Kabbalah, l’alterità di Dio richiede l'interazione con la realtà non-divina, in particolare gli esseri umani. Secondo la Kabbalah, l'imperfezione e la disarmonia non sono solo il segno dell'ordine creato, ma sono anche una caratteristica della realtà divina. Ed è solo lo sforzo congiunto di Dio e degli uomini che può redimere la realtà (individuale, sociale, cosmica e divina) dalla sua imperfezione intrinseca. Ma non è necessario consultare alla Kabbalah per trovare l'insistenza ebraica sull'interdipendenza tra Dio e l'umanità; è una caratteristica fondamentale della comprensione ebraica del culto religioso.

Eppure tutte le versioni della teologia ebraica insistono sul fatto che la redenzione appartiene al remoto futuro dell'Era Messianica e non al presente. L'ideale non può essere realizzato nel tempo-spazio; può solo essere approssimato.[3] Il culto ebraico in tutte le sue diverse forme è quindi uno sforzo continuo per raggiungere la vicinanza a Dio pur riconoscendo che, fino all'Era Messianica, tale vicinanza è nel migliore dei casi momentanea e temporanea. Anche un'esperienza mistica, che alcune personalità di spicco chiaramente aspiravano a raggiungere, non può superare i limiti dell'ordine creato. Fino all'Era Messianica, gli ebrei vivono in un mondo irredento, sebbene non irredimibile. L'azione ebraica nell'ordine spazio-temporale creato è orientata a rendere il mondo un posto migliore in cui vivere perché è più adatto alla presenza di Dio. L'azione ebraica nella sfera morale-sociale – come nutrire gli affamati, vestire gli ignudi e prendersi cura dei malati – non può di per sé redimere il mondo, perché l'azione umana è, per definizione, parziale, limitata e incompleta. Questo è il motivo per cui gli ebrei non potevano e non possono accettare le affermazioni del cristianesimo e perché tutti i contendenti messianici nella storia ebraica hanno dimostrato di essere falsi messia. Che la realtà umana non sia ancora redenta è suggerito anche dal fallimento del Sionismo moderno e delle ideologie secolari, come il socialismo, nel liberare gli ebrei e/o l'umanità dalla condizione di imperfezione. Tutte le agende utopiche, che affermano il successo nel qui e ora, si dimostreranno un fallimento nell'ordine creato. Da una prospettiva ebraica, costituiscono una forma di idolatria. Se è così, allora il divino deve rimanere un ideale che ispira gli esseri umani a essere migliori, non un ideale già realizzato nel tempo-spazio.

Religione e potere politicoModifica

La pluralità di visioni, prospettive e pratiche religiose è quindi il segno di un mondo irredento, un mondo governato dalla finitezza, dall'incertezza e dall'ambiguità piuttosto che dall'uniformità trionfalista. In pratica, pluralismo significa che gli individui, i gruppi sociali e le nazioni devono imparare a limitare il loro appetito di potere e frenare il loro desiderio di dominio o espansione. Chiedere agli umani di esercitare l'autocontrollo in modo che altri possano esistere, è chiaramente nell'interesse dei deboli. In effetti, sostengo i limiti al potere proprio perché ho familiarità con l'impotenza politica degli ebrei protrattasi per due millenni. Ma che dire di coloro che già possiedono il potere? Possono rinunciarci volontariamente per accogliere il pluralismo?

L'esperienza ebraica nella storia può essere utilizzata come base per riflessioni sul significato del potere politico. Come tutte le cose nell'ordine creato, il potere politico è nella migliore delle ipotesi temporaneo, se non del tutto illusorio. Imperi, stati, governi, burocrazie e istituzioni sociali vanno e vengono, soggetti al processo di cambiamento; nessuno rimane potente per sempre. La lezione della storia, in particolare della storia ebraica, è che il più delle volte è nell'interesse dei temporanei potenti permettere all’Altro non solo di esistere ma di prosperare. Sulla base della storia ebraica, si può sostenere validamente che una struttura politica in cui le differenze possono essere espresse piuttosto che schiacciate durerà più a lungo di una in cui viene applicata l'uniformità. Ma per consentire l'esistenza di gruppi diversi è necessario che i membri di un sistema politico creino leggi e strutture politiche che frenino il potere dello stato o del governante. Il potere limitato, come viene sostenuto dalla visione democratica, non può essere stabilito semplicemente attraverso l'autocontrollo da parte dei potenti; richiede leggi per far rispettare e proteggere gli interessi dei deboli.

La storia degli ebrei coglie la problematica relazione tra pluralismo e potere politico. Da un lato, la cultura ebraica potrebbe prosperare senza potere politico, specialmente quando gli ebrei vivevano in comunità multietniche e multireligiose. Ma d'altra parte, l'impotenza politica ebraica comportava anche un prezzo elevato: non solo gli ebrei indifesi potevano essere una facile preda dei loro nemici, ma gli ebrei potevano facilmente perdere anche autostima e orgoglio e incorporare la percezione negativa degli altri nella loro propria comprensione di sé. Il persistente odio per se stessi degli ebrei è uno dei costi pesanti che gli ebrei hanno pagato per la loro impotenza. La riconquista del potere politico è stata, quindi, una necessità per gli ebrei nel periodo moderno.

Nello Stato di Israele, come abbiamo visto, gli ebrei hanno dovuto fare i conti con la presenza di una grande minoranza araba, essa stessa religiosamente diversificata, come anche con la bruciante auto-definizione nazionalista della popolazione araba. Le vittime del passato ora possiedono un potere politico, che può essere usato giustamente o ingiustamente. Essere una vittima in passato non preclude di essere un persecutore nel presente. L'occupazione dei territori che Israele conquistò nel 1967 in una guerra imposta dai vicini arabi, ha posto la sfida più difficile per gli ebrei. Abusi di potere, che hanno solo galvanizzato il nazionalismo palestinese, hanno seriamente danneggiato l'integrità morale degli israeliani. Questa lezione è ora compresa da segmenti più ampi della società israeliana, ed è possibile che, sotto l'attuale governo, la strada sarà spianata per separare le due nazioni in modo che Israele non opprima i palestinesi e i palestinesi, a loro volta, non tentino di minare l'esistenza di Isrele. Come realizzare questa separazione politica è davvero molto complicato, ma credo che, in linea di principio, sia la definizione di confini chiari che possa portare alla fine di abusi e discordie.

L'altra sfida al moderno Stato di Israele riguarda la natura della democrazia. Nel mondo premoderno, il pluralismo religioso poteva talvolta essere mantenuto all'interno di una struttura gerarchica. Ogni minoranza religiosa poteva comportarsi secondo le proprie leggi con lo status personale dell'individuo derivato dall'appartenenza a un gruppo religioso ben definito. Sebbene le gerarchie siano compatibili con il pluralismo religioso, è importante ricordare che la minoranza è sempre vista come inferiore (sia in teoria che in pratica) e che è proprio quell'inferiorità che i moderni principi democratici hanno messo in discussione. Sebbene la democrazia possa essere più giusta in teoria, la democrazia (almeno nella particolare versione dell'Illuminismo europeo) mina anche l'auto-definizione del gruppo. Questa è stata la lezione dell'Emancipazione degli ebrei, che ci si aspettava che si disintegrassero come gruppo una volta ottenuta la cittadinanza in una democrazia moderna. Il modo in cui i gruppi religiosi possono continuare a mantenere le loro differenze in una struttura democratica è la sfida del ventunesimo secolo. La soluzione americana al problema era la separazione tra stato e religione, ma quel modello stesso emerse da una concezione cristiana della religione che non è coerente con la struttura corporativa di altre religioni come l'ebraismo. Tuttavia, gli ebrei di fatto sono riusciti a prosperare nel mondo moderno, specialmente in America, resistendo in parte all'assimilazione totale a causa dell'esistenza dello Stato di Israele. Nello Stato di Israele, la tensione tra pluralismo democratico ed ebraismo tradizionale si fa ora sentire più acutamente, sia nell'interazione tra le varie fazioni in Israele sia nei confronti della minoranza araba. Israele è ora una casa divisa e solo il tempo dirà se riuscirà ad articolare una visione pluralistica che consenta a diverse interpretazioni dell'ebraismo di coesistere insieme alle minoranze cristiane e islamiche. Vorrei ora esplorare come questa sfida potrebbe essere affrontata sulla base degli insegnamenti religiosi dell'ebraismo.

I limiti del pluralismoModifica

Se il pluralismo esprime una verità radicata sulla condizione umana, significa che il pluralismo è un valore assoluto? Non credo proprio. Il pluralismo è un bene strumentale, ma non un bene assoluto. Sebbene un mondo che consente più visioni, modi di vita e abitudini del cuore sia migliore di un mondo in cui ciò non è consentito, questo non significa che il pluralismo debba essere illimitato. Il pluralismo è limitato dalla moralità e dalla verità. Le opinioni o le pratiche che chiedono espressamente l'eliminazione dell’Altro (come il nazismo invocava lo sterminio degli ebrei) o la sottomissione dell’Altro (come hanno sostenuto le ideologie razziste negli Stati Uniti e nell'apartheid del Sud Africa) sono entrambe moralmente sbagliate e false. Sono moralmente sbagliate perché compromettono (come minimo) l'umanità di coloro che sono dichiarati inferiori, e ciò che affermano sull’Altro per legittimare la discriminazione e l'oppressione è di fatto falso (cioè, gli ebrei non sono una specie subumana; i neri non sono in natura inferiori ai bianchi).

Dichiarare falso un dato punto di vista implica che il valore di verità di varie affermazioni, comprese quelle pronunciate in nome di Dio, può essere messo in discussione da esseri umani razionali. Il pluralismo non significa che gli esseri umani debbano rinunciare alla loro capacità di esprimere un giudizio su varie affermazioni di verità. Questo non è per glorificare la razionalità umana né per equiparare l'umanità alla capacità di pensare. Piuttosto, significa che gli esseri umani hanno la responsabilità di impiegare la loro capacità di pensare e di non accettare certi insegnamenti come veri quando sono palesemente falsi. L'obbligo di esercitare la razionalità è acuto nella nostra generazione a causa della proliferazione di pubblicità sofisticate che manipolano facilmente i limiti umani. Come i nazisti capirono così bene, manipolare l'opinione pubblica e creare falsi miti è diventato molto più facile con i progressi tecnologici del ventesimo secolo. L'orrenda storia del razzismo, di cui gli ebrei sono stati vittime importanti, anche se non le uniche, impone agli esseri umani l'obbligo di distinguere tra verità e false affermazioni in modo da proteggere la dignità e il valore intrinseci della persona. Il pluralismo, quindi, non deve sfociare in un relativismo epistemico. Per quanto difettoso e limitato, il ragionamento umano può stabilire una ragionevole separazione tra ciò che è vero e ciò che è falso in un ampio segmento dell'esperienza umana. La dipendenza dalla ragione è stata la principale strategia di autodifesa che gli ebrei hanno impiegato nelle loro polemiche contro i non ebrei; dovrebbe ora essere impiegato nelle polemiche ebraiche interne.

Ebraismo e le sfide della globalizzazioneModifica

Dove ci lascia tutto questo per quanto riguarda la globalizzazione? Con i progressi tecnologici del ventunesimo secolo e la rottura dei confini nazionali, il nostro mondo è diventato sempre più piccolo, costringendo gruppi, ideologie e tradizioni a venire a patti tra loro. La contrazione del mondo e la proliferazione di sofisticate tecnologie ci rendono tutti più vulnerabili ai conflitti che potrebbero facilmente distruggere non solo le parti in lotta ma anche ampi segmenti della popolazione mondiale — così come l'ambiente fisico che rende possibile la vita su questo pianeta. La globalizzazione sarebbe un processo positivo che porta alla pace nel mondo solo se consentisse la diversità, solo se consentisse il pluralismo di opinioni, stili, culture, ideologie e pratiche. Preservare le differenze può essere compatibile con l'ascoltarsi l'un l'altro, onorare le differenze e permettere all’Altro di prosperare, se lo desideriamo. Ma per farlo, religioni, nazioni, ideologie e individui dovranno esercitare la virtù dell'autocontrollo. Dovranno limitare la portata delle loro affermazioni senza rinunciare alla propria identità. Facendo umilmente i conti con i limiti dell'esistenza umana creata ed evitando la tentazione dell'arroganza, dobbiamo permettere a coloro che sono diversi da noi non solo di esistere accanto a noi ma anche di prosperare. Nel mondo creato, finito, incompleto e irredento, non abbiamo altra scelta che seguire le parole di Levitico 19:18: "אָהַבְתָּ לְרֵעַךָ כָּמוֹךָ בַּתּוֹרָה – ve-ahavta le-reakha kamokha (amerai il prossimo tuo come te stesso)". Ma per amare l’Altro e fare del’Altro nostro fratello, dobbiamo prima sapere chi siamo. Per me, in quanto ebreo, storico dell'ebraismo e teologo ebreo, questa conoscenza deriva dall'affermazione del legame con il passato, in particolare il passato del popolo ebraico.

È come ebreo che parlo contro i pericoli che confrontano un mondo governato da corporazioni transnazionali la cui preoccupazione principale è la massimizzazione del profitto. Il mondo transnazionale sarà, molto probabilmente, meno incline alle guerre globali (poiché mettono a repentaglio gli interessi delle multinazionali) ma è anche un mondo in cui la diversità umana è seriamente minacciata poiché i costumi, le tradizioni e le sensibilità locali vengono cancellati nel nome del materialismo corporativo. In questo ambiente, essere umani è equiparato al possesso di beni materiali da cui trarre conforto e piacere. Questa è un'interpretazione pericolosamente semplicistica di "umano" contro la quale l'ebraismo, così come altre tradizioni religiose, parlano più energicamente. L'ebraismo ci ricorda che, sebbene i piaceri del corpo siano buoni di per sé, non devono essere trasformati nel fine ultimo della vita umana. La nostra piena umanità può essere espressa non quando perseguiamo esclusivamente piaceri materiali, ma quando ci dedichiamo all'adorazione di Dio all'interno del quale la gioia corporea ha un posto legittimo. Poiché in passato l'ebraismo ha detto la verità alle potenze terrene, ora deve dire la verità alle multinazionali, resistendo alla loro campagna d'imporre al villaggio globale una forma superficiale di "felicità" incentrata sulle merci. L'ebraismo può e deve ricordare a tutti noi che il benessere umano implica molto più del comfort materiale e che né il profitto né l'efficienza sono valori umani ultimi. L'ebraismo e altre tradizioni religiose, ognuna nel suo modo unico, ci ricordano da dove veniamo e in cosa consiste la vita umana. Ricordiamoci queste lezioni mentre ci muoviamo per affrontare le sfide del "momento globale".

NoteModifica

  1. Si veda lo stupendo libro di Abraham Joshua Heschel, God in Search of Man: A Philosophy of Judaism (Farrar, Straus and Giroux, 1955), qui a p. 274.
  2. Si veda Norbert Samuelson, Judaism and the Doctrine of Creation (Cambridge University Press, 1997).
  3. Questa interpretazione dell'ideale messianico ebraico si ritrova nelle idee di Hermann Cohen, filosofo ebreo tedesco neokantiano, e dei suoi seguaci del XX secolo. L'argomentazione più appassionata a favore dell'interpretazione prescrittiva del messianismo ebraico fu proposta da Steven Schwarzchild, in particolare il suo "On Jewish Eschatology", in The Pursuit of the Ideal: Jewish Writings of Steven Schwarzchild, Menachem Kellner, cur. (SUNY Press, 1990), 209–28.