La Coscienza di Levinas/Appendice F

La vergogna

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Esiste un quadro stereotipo, proposto infinite volte, consacrato dalla letteratura e dalla poesia, raccolto dal cinematografo: al termine della bufera, quando sopravviene «la quiete dopo la tempesta», ogni cuore si rallegra. «Uscir di pena è diletto fra noi». Dopo la malattia ri-torna la salute; a rompere la prigionia arrivano i nostri, i liberatori, a bandiere spiegate; il soldato ritorna, e ritrova la famiglia e la pace.

A giudicare dai racconti fatti da molti reduci, e dai miei stessi ricordi, il pessimista Leopardi, in questa sua rappresentazione, è stato al di là del vero: suo malgrado, si è dimostrato ottimista. Nella maggior parte dei casi, l’ora della liberazione non è stata lieta né spensierata: scoccava per lo più su uno sfondo tragico di distruzione, strage e sofferenza. In quel momento, in cui ci si sentiva ridiventare uomini, cioè responsabili, ritornavano le pene degli uomini: la pena della famiglia dispersa o perduta; del dolore universale intorno a sé; della propria estenuazione, che appariva non più medicabile, definitiva; della vita da ricominciare in mezzo alle macerie, spesso da soli. Non «piacer figlio d’affanno»: affanno figlio d’affanno. L’uscir di pena è stato un diletto solo per pochi fortunati, o solo per pochi istanti, o per animi molto semplici; quasi sempre ha coinciso con una fase d’angoscia.

L’angoscia è nota a tutti, fin dall’infanzia, ed a tutti è noto che spesso è bianca, indifferenziata. É raro che rechi un’etichetta scritta in chiaro, e contenente la sua motivazione; quando la reca, spesso essa è mendace. Si può credersi o dichiararsi angosciati per un motivo, ed esserlo per tutt’altro: credere di soffrire davanti al futuro, e soffrire invece per il proprio passato; credere di soffrire per gli altri, per pietà, per compassione, e soffrire invece per motivi nostri, più o meno profondi, più o meno confessabili e confessati; talvolta così profondi che solo lo specialista, l’analista delle anime, li sa disseppellire.

Naturalmente non oso affermare che il copione a cui ho accennato sia falso in ogni caso. Molte liberazioni sono state vissute con gioia piena, autentica: soprattutto da parte dei combattenti, militari o politici, che vedevano realizzarsi in quel momento le aspirazioni della loro militanza e della loro vita; inoltre, da parte di chi aveva sofferto di meno, o per meno tempo, o soltanto in proprio, e non per famigliari o amici o persone amate. E poi, per fortuna, gli esseri umani non sono tutti uguali: c’è fra noi anche chi ha la virtù ed il privilegio di enucleare, isolare quegli istanti di allegrezza, di goderli appieno, come chi estraesse l’oro nativo dalla ganga. E finalmente, tra le testimonianze lette od ascoltate, ci sono anche quelle inconscia-mente stilizzate, in cui la convenzione prevale sulla memoria genuina: «chi è liberato dalla schiavitù ne gode, io ne sono stato liberato, quindi ne ho goduto anch’io. In tutti i film, in tutti i romanzi, come nel Fidelio, la rottura delle catene è un momento di letizia solenne o fervida, quindi anche la mia lo è stata». É questo un caso particolare di quella deriva dei ricordi a cui accennavo nel primo capitolo, e che si accentua col passare degli anni e con l’accumularsi delle esperienze altrui, vere o presunte, sullo strato delle proprie. Ma chi, per proposito o per temperamento, si tiene lontano dalla retorica, parla di solito con voce diversa.

[...]

Noi toccati dalla sorte abbiamo cercato, con maggiore o minore sapienza, di raccontare non solo il nostro destino, ma anche quello degli altri, dei sommersi, appunto; ma è stato un discorso «per conto di terzi», il racconto di cose viste da vicino, non sperimentate in proprio. La demolizione condotta a termine, l’opera compiuta, non l’ha raccontata nessuno, come nessuno è mai tornato a raccontare la sua morte. I sommersi, anche se avessero avuto carta e penna, non avrebbero testimoniato, perché la loro morte era cominciata prima di quella corporale. Settimane e mesi prima di spegnersi, avevano già perduto la virtù di osservare, ricordare, commisurare ed esprimersi. Parliamo noi in loro vece, per delega.

Non saprei dire se lo abbiamo fatto, o lo facciamo, per una sorta di obbligo morale verso gli ammutoliti, o non invece per liberarci del loro ricordo; certo lo facciamo per un impulso forte e durevole. Non credo che gli psicoanalisti (che sui nostri grovigli si sono gettati con avidità professionale) siano competenti a spiegare questo impulso. La loro sapienza è stata costruita e collaudata «fuori», nel mondo che per semplicità chiamiamo civile: ne ricalca la fenomenologia e cerca di spiegarla; ne studia le deviazioni e cerca di guarirle. Le loro interpretazioni, anche quelle di chi, come Bruno Bettelheim, ha attraversato la prova del Lager, mi sembrano approssimative e semplificate, come di chi volesse applicare i teoremi della geometria piana alla risoluzione dei triangoli sferici. I meccanismi mentali degli Häftlinge erano diversi dai nostri; curiosamente, e parallelamente, diversa era anche la loro fisiologia e patologia. In Lager, il raffreddore e l’infIluenza erano sconosciuti, ma si moriva, a volte di colpo, per mali che i medici non hanno mai avuto occasione di studiare. Guarivano (o diventavano asintomatiche) le ulcere gastriche e le malattie mentali, ma tutti soffrivano di un disagio incessante, che inquinava il sonno e che non ha nome. Definirlo « nevrosi» è riduttivo e ridicolo. Forse sarebbe più giusto riconoscervi un’angoscia atavica, quella di cui si sente l’eco nel secondo versetto della Genesi: l’angoscia inscritta in ognuno del «tòhu vavòhu», dell’universo deserto e vuoto, schiacciato sotto lo spirito di Dio, ma da cui lo spirito dell’uomo è assente: non ancora nato o già spento.

E c’è un’altra vergogna più vasta, la vergogna del mondo. E stato detto memorabilmente da John Donne, e citato innumerevoli volte, a proposito e non, che «nessun uomo è un’isola», e che ogni campana di morte suona per ognuno. Eppure c’è chi davanti alla colpa altrui, o alla propria, volge le spalle, così da non vederla e non sentirsene toccato: così hanno fatto la maggior parte dei tedeschi nei dodici anni hitleriani, nell’illusione che il non vedere fosse un non sapere, e che il non sapere li alleviasse dalla loro quota di complicità o di connivenza. Ma a noi lo schermo dell’ignoranza voluta, il «partial shelter» di T. S. Eliot, è stato negato: non abbiamo potuto non vedere. Il mare di dolore, passato e presente, ci circondava, ed il suo livello è salito di anno in anno fino quasi a sommergerci. Era inutile chiudere gli occhi o volgergli le spalle, perché era tutto intorno, in ogni direzione fino all’orizzonte. Non ci era possibile, né abbiamo voluto, essere isole; i giusti fra noi, non più né meno numerosi che in qualsiasi altro gruppo umano, hanno provato rimorso, vergogna, dolore insomma, per la colpa che altri e non loro avevano commessa, ed in cui si sono sentiti coinvolti, perché sentivano che quanto era avvenuto intorno a loro, ed in loro presenza, e in loro, era irrevocabile. Non avrebbe potuto essere lavato mai più; avrebbe dimostrato che l’uomo, il genere umano, noi insomma, eravamo potenzialmente capaci di costruire una mole infinita di dolore; e che il dolore è la sola forza che si crei dal nulla, senza spesa e senza fatica. Basta non vedere, non ascoltare, non fare.

Ci viene chiesto sovente, come se il nostro passato ci conferisse una virtù profetica, se « Auschwitz » ritornerà: se avverranno cioè altri stermini di massa, unilaterali, sistematici, meccanizzati, voluti a livello di governo, perpetrati su popolazioni innocenti ed inermi, e legittimati dalla dottrina del disprezzo. Profeti, per nostra buona sorte, non siamo, ma qualcosa si può dire. Che una tragedia simile, quasi ignorata in Occidente, è avvenuta intorno al 1975 in Cambogia. Che la strage tedesca ha potuto innescarsi, e si è poi alimentata di se stessa, per brama di servitù e per pochezza d’animo, grazie alla combinazione di alcuni fattori (lo stato di guerra; il perfezionismo tecnologico ed organizzativo germanico; la volontà ed il carisma capovolto di Hitler; la mancanza, in Germania, di solide radici democratiche), non molto numerosi, ognuno di essi indispensabile ma insufficiente se preso da solo. Questi fattori si possono riprodurre, e in parte già si stanno riproducendo, in varie parti del mondo. La ricombinazione di tutti, entro dieci o vent’anni (di un futuro più lontano non ha senso parlare), è poco probabile ma non impossibile. A mio avviso, una strage di massa è particolarmente improbabile nel mondo occidentale, in Giappone ed anche in Unione Sovietica: i Lager della seconda guerra mondiale sono ancora nella memoria di molti, a livello sia di popola-zione sia di governi, ed è in atto una sorta di difesa immunitaria che coincide ampiamente con la vergogna di cui ho parlato.

Su cosa possa avvenire in altre parti del mondo, o dopo, è prudente sospendere il giudizio; e l’apocalissi nucleare, certamente bilaterale, probabilmente istantanea e definitiva, è un orrore maggiore e diverso, strano, nuovo, che esorbita dal tema che ho scelto.

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© I sommersi e i salvati, [PDF] 1ª ed. originale 1986