Boris Pasternak e gli scrittori israeliani/Appendice 2

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Targa commemorativa di Boris Pasternak, presso il condominio dove visse nel 1931 a Kiev

L'altro PasternakModifica

(Per altre citazioni o stralci, si veda "Wikiquote: Boris Pasternak")

« Dov’è colui che fino in fondo ha capito Pasternak?... Egli è segretezza, allegoria, cifrario... »
(Marina Cvetaeva)

Citazioni e poesie sparseModifica

  • Io non amo la gente perfetta, quelli che non sono mai caduti o che non hanno mai inciampato. A loro non si è svelata la bellezza della vita.
  • L'uomo è nato per vivere, non per prepararsi a vivere.
  • L'arte non è pensabile senza rischio e sacrificio spirituale di sé.
  • Nessuno fa la storia, la storia non si vede, come non si vede crescere l’erba.
  • Sei l'ostaggio dell'eternità, un prigioniero del tempo.
  • La politica non mi dice niente. Non amo le persone insensibili alla verità. (da Il dottor Živago)
  • Vivere significa sempre lanciarsi in avanti, verso qualcosa di superiore, verso la perfezione, lanciarsi e cercare di arrivarci. (da Il dottor Živago)
  • L'arte [...] è una spugna [...] deve succhiare e lasciarsi impregnare [...]. Deve sempre essere in mezzo agli spettatori e guardare ogni cosa con una purezza, una ricettività, una fedeltà sempre più grandi. (da Alcune posizioni)
  • L'arte è realistica come l'attività, e simbolica come il fatto. (da Il salvacondotto)
  • L'arte serve sempre la bellezza, e la bellezza è la felicità di possedere una forma, e la forma è la chiave organica dell'esistenza, tutto ciò che vive deve avere una forma per esistere, e, quindi, l'arte, anche quella tragica, racconta la felicità dell'esistenza.
  • La filosofia dev'essere non più che un condimento all'arte della vita. Dedicarsi soltanto alla filosofia non è meno strano del mangiare sempre e solo rafano.
  • Sei la cosa più bella che io abbia mai udito. (riferito al silenzio)
  • Ecco che cos'era la vita, che cos'era l’esperienza, che cosa inseguivano coloro che andavano in cerca d’avventure, ecco a che cosa mirava l’arte: ritornare a casa propria, ai propri affetti, riprendere a vivere.
  • L'appartenenza a un tipo è la morte dell'uomo.
  • Penso che se la belva che dorme nell'uomo si potesse fermare con una minaccia, la minaccia della prigione o del castigo d’oltretomba, poco importa quale, l’emblema più alto dell’umanità sarebbe un domatore da circo con la frusta, e non un profeta che ha sacrificato se stesso.
  • La vita, se volete saperlo, è un elemento che continuamente si rinnova e rielabora da sé, che da sé si rifà e si ricrea incessantemente, sempre tanto più alta di tutte le nostre ottuse teorie.
  • Bisogna essere di un'irrimediabile nullità per sostenere un solo ruolo nella vita, per occupare un solo ruolo nella vita, per occupare un solo e medesimo posto nella società, per significare sempre la stessa cosa.
  • Sono geloso di ciò che è oscuro, inconscio, di quello per cui è impensabile una spiegazione, che non si può prevedere.
Sono geloso degli oggetti della tua toilette, delle gocce di sudore sulla tua pelle, delle malattie infettive portate dall’aria, che possono attaccarsi a te e avvelenarti il sangue.
  • La poesia è quell’altezza che supera tutte le gloriose Alpi, e che si trova nell’erba, sotto i piedi, cosicché occorre soltanto chinarsi per vederla e coglierla.
  • Quanto coraggio ci vuole per recitare nei secoli, come recitano i burroni, come recita il fiume.
  • Arrivederci... perché sto sanguinando?


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Poesie sparseModifica


DEFINIZIONE DELLA POESIA (1917)

E’ il fischio sparso all’improvviso,
Il crepitìo dei ghiaccioli,
La notte che gela la foglia,
Il duello di due usignoli.

E’ il pisello inselvatichito,
Il pianto del cielo nei baccelli,
Figaro dai leggii e dai flauti
Che sulle aiole cade a granelli.

E’ tutto ciò che alla notte importa
Trovare nei fondali profondi,
E una stella portare nel vivaio
Sui palmi bagnati e tremebondi.

Più piatta d’una tavola è l’afa,
Il firmamento è sommerso di ontano,
Alle stelle si addice ridere,
Ma l’universo è sordo e lontano.

PRIMAVERA (1918)

Io dalla strada, dove i pioppi sono sorpresi,
Dove la distanza teme e una casa è insicura,
Dove l’aria è azzurra, come l’involto dei panni
Di chi è uscito da una casa di cura.

Dove la sera è vuota, come un racconto sospeso,
Lasciato da una stella senza prosecuzione
Per lo stupore di mille occhi chiassosi,
Senza fondo e privi di espressione.

IN OGNI COSA (1956)

In ogni cosa io voglio arrivare
Alla parte essenziale.
Nel lavoro, nella strada da fare,
Nel cruccio che il cuore assale.

All’essenza dei passati momenti,
Alle ragioni primiere,
Al midollo, fino ai fondamenti,
Alle radici più vere.

Senza sosta il filo percepire
Degli eventi e dei fati,
Vivere, pensare, amare, sentire,
Gioire d’incontri svelati.

Oh, se io soltanto potessi,
Anche se solo per metà,
Scriverei almeno otto versi
Sulla passione, in profondità.

Sui peccati, sulle violazioni,
Corse, inseguimenti vani,
Sorprese e impreviste azioni,
Sui gomiti, sulle mani.

Tutte le sue leggi stabilirei,
I suoi principi capitali,
E dei suoi nomi ripeterei
Le loro iniziali.

Pianterei i versi come giardini.
Con ansia e tremore
In fila e tra loro vicini –
In essi i tigli in fiore.

Nei versi metterei respiri di rose,
E respiri di ginestra,
Prati, fieno, notti rugiadose,
E i rombi della tempesta.

Così Chopin una volta ha messo
Nei suoi studi-portento
Di boschi e tombe l’alito sommesso,
I sospiri del vento.
Della vittoria così conquistata
Gioco e tormento indifeso –
La corda fortemente tirata
Dell’arco teso.

NESSUNO SARÀ IN CASA (1931)

Nessuno sarà in casa,
Tranne la fioca luce,
Un giorno d’inverno,
Dalle tende socchiuse.
Soltanto delle zolle bianche
Rapido balenò il volano.
Soltanto tetti, neve e
Qualcuno cercherai invano.
E di nuovo la brina farà ricami,
E mi prenderà lo sconforto
Dei fatti di un altro inverno
E dell’anno trascorso.
E di nuovo mi crucceranno
Per una colpa ancora non tolta,
E la fame del legno attanaglierà
La finestra fino alla volta.
Ma all’improvviso con un brivido
Dalla porta irruzione farai.
Coi passi il silenzio misurando,
Tu, come il futuro, entrerai.
Ti vedrò sulla soglia,
Senza fronzoli vestita di bianco,
Di qualcosa proprio dei tessuti
Da cui i fiocchi si fanno.

I RONDONI (1915)

Non hanno forza i rondoni serali
Per fermare l’azzurra frescura,
Che ha lasciato i petti chiassosi
E si versa, senza traccia che dura.
E non hanno i rondoni alcunché,
Perché sia trattenuto lassù
Il loro grido eloquente: vittoria,
Guardate, la terra non c’è più!
E bollendo come bianca sorgente,
Si allontana l’umido iracondo, –
Guardate, non c’è posto per la terra
Dai lembi dei cieli al dirupo più fondo.

ANCHE OGGI (1917)

Anche oggi mia sorella la vita in piena
S’è infranta su tutti come pioggia di primavera,
Ma la gente coi ciondolini è assai burbera
E con grazia morde, come serpe nell’avena.
I più anziani in questo hanno i loro argomenti.
Senz’altro, la tua argomentazione è strana,
Che nel temporale gli occhi e le zolle siano lilla
E l’orizzonte profumi d’umida genziana.
Che a maggio, quando l’orario dei treni,
Passando per Kamyshin, leggi nel coupé,
Esso sia più grandioso della sacra scrittura
E dei neri di polvere e tempeste canapè.
Che appena il freno s’imbatterà, latrando,
In pacifici coloni in una remota vigna,
Dai giacigli guardino se sia la mia stazione,
E il sole, tramontando, mi compatisca.
E con incessanti scuse: mi dispiace, non è qui,
Sciabordata nella terza, prende il largo la campanella.
Sotto la tendina si sente la notte che brucia
E si frange la steppa dai gradini a una stella.
Ammiccando, ma dormono chissà dove placidi,
E come fata morgana dorme anche la diletta,
Mentre il cuore, guazzando qua e là,
Gli sportelli del vagone nella steppa getta.

BOSCO AUTUNNALE (1956)

Il bosco autunnale s’è chiomato.
In esso ombra, sonno e quiete.
Scoiattolo, picchio e civetta,
Dal suo sonno non lo desterete.
E il sole per i viottoli autunnali
Entrando in esso a fine giornata,
Intorno sbircia con apprensione,
Se non ci sia una tagliola celata.
In esso pantani, tremule e gibbosità,
E muschi e macchie d’ontano,
E là, oltre il terreno fangoso,
Cantano i galli da lontano.
Un gallo il suo grido strombazzerà,
Poi di nuovo una lunga interruzione,
Come fosse intento a meditare
Che senso abbia quella intonazione.
Ma in un cantuccio remoto
Un vicino prenderà a chicchiriare.
Come sentinella nella garitta,
Il gallo la sua risposta vuole dare.
Essa risonerà come un’eco,
Ed ecco che insieme tutti i galli,
Segneranno con la gola come biffa,
I quattro punti cardinali.
Dopo l’appello del gallo
Si aprirà il bosco alle estremità,
E i campi, la distanza e il blu dei cieli
Come fossero cosa nuova esso rivedrà.

COME CENERE (1912)

Come cenere bronzea di braciere,
Il giardino assonnato sparge calabroni.
Al livello mio e della mia candela
I mondi fiorenti penzoloni.

E, come in una fede inaudita,
In questa notte poter passare,
Dove la betulla tarlata-grigia
Ha coperto il confine lunare,
Dove lo stagno è un segreto svelato,
Dove sussurra la risacca del melo,
Dove il giardino su palafitte è posato
E regge davanti a sé il cielo.

ESSERE FAMOSI NON È BELLO (1956)

Essere famosi non è bello.
Non questo può sollevare.
Non serve tenere archivi,
Sui manoscritti sospirare.
Scopo del comporre è la dedizione,
Non il clamore, non il vanto.
È indegno, non significa niente,
Che di noi, tutti parlino tanto.
Ma vivere senza impostura,
Vivere per trarre a sé infine
Tutto l’amore dello spazio,
Sentire l’appello dell’avvenire.
E lasciare i punti in bianco
Nella sorte, non tra le carte,
Luoghi e capitoli della vita
Sottolineare a parte.

E immergersi nell’incognito,
Celare i propri passi in esso,
Come fa un luogo nella nebbia,
Quand’è immerso in un buio pesto.

Altri dietro le vive impronte
Seguiranno la via da te seguita,
Ma non tu devi distinguere
La vittoria dalla sconfitta subita.
E non devi neanche di un’inezia
Rinunciare al tuo onore,
Ma essere vivo, vivo sempre
E soltanto, fino alle ultime ore.

MUSICA (1956)

La casa si ergeva come torre.
Su per la stretta scala
Portavano il pianoforte due forzuti,
Come sul campanile una campana.
Trascinavano in alto il pianoforte
Sulla vastità del mare urbano,
Come le tavole dei comandamenti
Su un pietroso altipiano.
Ed ecco nel salotto lo strumento,
E la città nel sibilo, nel chiasso,
Come sott’acqua al fondo dei miti,
E’ rimasta sotto i piedi in basso.
L’inquilino del sesto piano
Guardò la terra dal balcone,
Come reggendola sulle mani
E dominandola a buon ragione.
Tornato dentro egli attaccò
Non un pezzo di chiunque altro,
Ma un’idea propria, un corale,
Un brusìo di messa, un boschivo canto.
Lo scroscio degli improvvisi portava
La notte, la fiamma, le botti rombanti,
La vita della strada, le ruote stridenti,
La sorte di chi vive lungi dagli altri.
Così di notte, al lume di candela, in cambio
Del semplice candore del passato,
Il suo sogno annotava Chopin
Sul nero leggìo di legno intagliato.
Oppure, oltrepassato il mondo
Di quattro generazioni, era
Sui tetti delle case cittadine –
Il volo delle valchirie come bufera.
O la sala del conservatorio
In una baraonda pazzesca
Fino al pianto Čajkovskij agitava
Col destino di Paolo e Francesca.

NEGLI ANNI (1931)

Negli anni un giorno o l’altro in un concerto
Mi soneranno Brahms, – proverò la nostalgia.
Trasalirò, ricorderò l’unione di sei cuori,
I passeggi, i bagni, l’aiola di casa mia.
La fronte dritta della pittrice, timida come sogno,
Con un sorriso mite, un beato sorriso,
Un sorriso immenso e chiaro, come globo,
Il sorriso della pittrice, la fronte e il viso.
Mi soneranno Brahms, – mi abbandonerò,
Ricorderò l’acquisto di provviste e grano,
I gradini del terrazzo e l’arredo delle stanze,
Mio fratello, mio figlio, l’aiola, l’ontano.
La pittrice macchiava l’erba coi colori,
Le cadeva la tavolozza, metteva nelle tasche
Gli arnesi da disegno e i pacchetti di veleno,
Che si chiamano «Basma» e promettono l’asma.
Mi soneranno Brahms, – mi abbandonerò,
Ricorderò l’ostinata sterpaglia, l’ingresso e il tetto,
Il balcone semioscuro e il vivaio delle stanze,
Il sorriso, le ciglia, la bocca e l’aspetto.
E di colpo avrò gli occhi umidi di pianto
E sarò zuppo prima ancora d’essermi sfogato.
Dalle fessure usciranno i dintorni, i volti,
Gli amici, la famiglia, l’amaro passato.
E cinto il canto, come si cinge un albero,
Formeranno un cerchio sul prato intermezzo,
Come ombre, quattro famiglie gireranno
Con un puro, come l’infanzia, motivo tedesco.

FEBBRAIO (1912)

Febbraio. Prender l'inchiostro e piangere!
Scrivere di Febbraio a singhiozzi,
finchè il tempo piovoso scrosciante
brucia come una fosca primavera.

Prendere una carrozza. Per sei soldi
fra scampanio e stridere di ruote
recarsi là dove la pioggia torrenziale
strepita più che lacrime ed inchiostro.

Dove, come pere incenerite,
dagli alberi mille cornacchie
cadranno nelle pozze rovesciando
una secca mestizia sul fondo degli occhi.

Nereggiano di sotto gli spazi disgelati,
e il vento e solcato dai gridi,
e quanto più a caso, tanto più esattamente
si compongono i versi a singhiozzi.

POESIA D'AMORE

Nessuno sarà a casa
solo la sera. Il solo
giorno invernale nel vano trasparente
delle tende scostate.

Di palle di neve solo, umide, bianche
la rapida sfavillante traccia.
Soltanto tetti e neve e tranne
i tetti e la neve, nessuno.

E di nuovo ricamerà la brina,
e di nuovo mi prenderanno
la tristezza di un anno trascorso
e gli affanni di un altro inverno,

e di nuovo mi tormenteranno
per una colpa non ancora pagata,
e la finestra lungo la crociera
una fame di legno serrerà.

Ma per la tenda d'un tratto
scorrerà il brivido di un'irruzione.
Il silenzio coi passi misurando
tu entrerai, come il futuro.

Apparirai presso la porta,
vestita senza fronzoli, di qualcosa di bianco,
di qualcosa proprio di quei tessuti
di cui ricamano i fiocchi.

NELLA NEBBIA E NEL GELO

Nella foschia dell'alba fredda il sole
sta come un palo di fuoco nel fumo.
Come in una pellicola sfocata,
anch'io sono per lui poco visibile.

Finchè il sole non esce dalla nebbia
sfolgorando sul prato oltre lo stagno
gli alberi non possono discernermi
nella lontananza della riva.

Il viandante si riconosce dopo
che è passato, sparendo nel nebbione.
Ho la pelle d'oca, il gelo, l'aria
è falsa come un velo di roseto.

Cammini sulla brina del sentiero
come su un impianto di graticci.
Non ne può più la terra di gelare
e respirare foglie di patate.

[senza titolo]

In ogni cosa ho voglia di arrivare
sino alla sostanza.
Nel lavoro, cercando la mia strada,
nel tumulto del cuore.
Sino all'essenza dei giorni passati,
sino alla loro ragione,
sino ai motivi, sino alle radici, sino al midollo.
Eternamente aggrappandomi al filo
dei destini, degli avvenimenti,
sentire, amare, vivere, pensare
effettuare scoperte.

POESIA (1922)

Poesia, io giurerò su di te
E finirò dopo aver perso la voce.
Non sei un portamento eloquente e bello
Ma sei l’estate in un posto di terza classe,
Tu sei un sobborgo e non un ritornello.
Tu – afosa come via Jamskaja a maggio,
La ridotta a Shevardino di notte,
Dove le nuvole emettono lamenti
E separatamente vanno a frotte.
E nell’intreccio dei binari duplicandosi, –
Un sobborgo e non un ritornello –
Strisciano dalle stazioni verso casa
Non con un canto, ma con sconcerto.
Le gemme della pioggia affondano in grappoli
E a lungo a lungo fino a prima mattina
Abborracciano dai tetti il loro acrostico,
Mettendo le bollicine in rima.
Poesia, quando sotto il rubinetto c’è un truismo,
Vuoto come lo zinco del secchio, nulla più,
Anche allora il getto è lo stesso,
Il quaderno è aperto, – scorri giù!